“Alle antichità mediorientali” di Enrico Palumbo

Di seguito una poesia inedita di Enrico Palumbo, proposta ed interpretata dalla danzatrice strummula Flavia Filippone, in occasione della serata artistica e musicale “VG74 & ECO LIVE” tenutasi al Dorian Art a Palermo l’1 settembre 2017. Attraverso un processo immaginifico e melanconico, vengono accostate antiche visioni di eterno splendore dei luoghi menzionati, con scenari apocalittici dei giorni d’oggi. Territori splendidi, ricchi di antichi fasti. Un tempo simbolo della ricchezza, della floriditá, del fervore culturale, oggi simbolo di guerra, sangue, ingiustizie e crudeltà. Impossibile non cogliere riferimenti al sedicente Stato Islamico e al terrorismo di matrice islamica, che da alcuni anni tormenta questi luoghi, un tempo metà di turismo e di attività culturali, si pensi all’Egitto, il cui turismo so è drasticamente ridotto in seguito agli avvenimenti dell’ultimo decennio trascorso. La Strummula, per definizione foriera di concordia e scambio culturale pacifico, attraverso questo componimento vuole fornire ai nostri lettori uno spunto di riflessione e un’occasione per riflettere sul rapporto tra antichità e modernità, in relazione al Medio Oriente, oggi purtroppo vessato dai pregiudizi e dalle frasi fatte, spesso diffuse ingiustamente dall’opinione pubblica e dalla chiusura mentale. Segni di ripresa giungono da questi luoghi, e l’augurio è che la stabilità e la pace possano riportare una situazione economica migliore e soprattutto possano far riprendere un elemento fondamentale, il turismo, in particolare quello culturale, legato agli innumerevoli tesori contenuti in queste regioni. La Strummula si augura dunque un 2018 pieno di buone notizie e di miglioramenti!


ALLE ANTICHITÀ MEDIORIENTALI
di Enrico Palumbo

È caduta – si disintegra la grande Babilonia, saltano in aria le porte del tempio. – Le sabbie del tempo aprono una voragine nel deserto. La rovina nera ha aperto le palpebre.

Giacciono in una scatola di sabbia le vestigia, le reliquie, i resti di un tempo, congelati, in una oceano di voluttà.

Di un tempo passato, di ere fa, non geologiche ma mentali.

Tempi andati, così lontani, siamo cambiati, siamo diversi, ma come maledettamente siamo rimasti uguali.

Prima il corpo, il ferro, al centro dei contrasti tra gli uomini. La lotta, gioco da bambini, gioco di coraggio. Adesso il fuoco, a distanza, il vigliacco fuoco.

Guarda lì… riti ancestrali, perso nella notte dei tempi, su un altare ormai dimenticato dal tempo, uno sciamano pelasgo sacrifica un bove, offerta per una battaglia, invocazione propizia per la Grande Madre.

Se scruto ancora nel profondo, la rampa di accesso al tempio, le sacerdotesse, candide, virginee…la processione s’appresta, le fiaccole avvampano, i sistri, mille suoni, profumi. Profumo di resine, di grasso, di festa.

E la Coppa di Dioniso, quel buon vecchio ubriacone, non conteneva sporco sangue, ma dolce vino mielato.

E Palmira, Gizah, e Leptis Magna, e Sidone, Uruk. Quanta gloria ieri, quanta rovina oggi. – Ma adesso mi guardo intorno ed ecco cosa rimane, rovine. – Gli spari continui, raffiche di mitra, granate. I carri armati avanzano. – Non gli Adelphoe di Terenzio al teatro di Madaura, ma un blindato staziona sull’orchestra. – E sugli spalti non bambini urlanti o timide fanciulle, ma cecchini, pronti a colpire, e fucili di precisione, vigliacchi.

E Apollo piange dalle sue sedi, il suo tempio profanato, il sacro fuoco ormai spento. Al suo posto un lanciamissili ha compiuto il suo dovere. – La Ziqqurat di Uruq. Ancora intera? Si ma ancora per poco. E il santuario di Gobekli Tepe? A pochi chilometri granate e carri armati. –

E la grande piramide di Cheope, ansiosa teme per il suo destino.

La sfinge impassibile, da millenni non muta volto. Lei sa, ma non parla.

Il Faraone geme dal fondo del colosso dei colossi e Tutankhamon si desta nuovamente dopo millenni, solleva le palpebre e ritrova la sua tomba violata. La sete di potere, gli atteggiamenti sprezzanti, incuranti del lustro di un’era ormai andata.

E poi Cleopatra e Antonio, ancora stretti in un amplesso secolare vengono su dagli abissi del mare. Dario, Filippo, Alessandro, Temistocle, Annibale, Scipione, persino Attila. Tutti rivengono dal sonno, tutti si destano dal torpore. – Migliaia, migliaia di uomini, eserciti, condottieri. Tutti uniti, solidali, ogni nervo, ogni muscolo, ogni atomo persiste in una sola battaglia. – Il nemico è impercettibile, non c’è ma attacca. Non si vede ma è ovunque, improvviso, impossibile controllare le sue mosse.

Io alzo lo sguardo al cielo e scorgo i grandi del passato. Sono riuniti a un tavolo, prima erano nemici, adesso l’invincibile Scipione si consulta con Annibale, Dionisio di Siracusa con il punico Imilcone. Pirro raduna i suoi elefanti, Serse i suoi sterminati eserciti. Le trombe di guerra vengono già lucidate, e tutti insieme s’apprestano a tornare. Ma finalmente hanno capito, non la spada ma la parola, non il sangue versato ma il  cambiamento. Una guerra diversa dalle altre, un invocazione disperata, un ravvedimento comune. Più forti di prima, per difendere ciò che sono stati, ciò che l’uomo è stato.

EPITAFIO IN ONORE DELLE ANTICHITÁ MEDIORIENTALI. PER UN AUSPICIO DI PACE. PERCHÉ TUTTI POSSANO VIVERE IN MEDIO ORIENTE IN PACE E SERENITÀ, NON NEL TERRORE. GRAZIE.

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