“È questa la vita che veramente vogliamo?” di Enrico Palumbo

È questa la vita che veramente vogliamo?

Is this life we really want? Probabilmente molti di noi ne avranno sentito parlare, si tratta dell’ultimo album in studio dell’ormai leggendario artista inglese, Roger Waters. Ma l’obiettivo di questo “articolo” non è parlare del musicista britannico, né analizzare o recensire il suo ultimo album. Semplicemente utilizzare il suo significativo titolo per porre una riflessione di ampio respiro. È questa la vita che veramente vogliamo?

A te lettore che stai leggendo questo articolo, non cercare nulla di attendibile, di scientifico, di efficiente, produttivo o corretto qui. Non troverai nulla di tutto ciò. Ma continua pure a leggere, anche se non sei del tutto d’accordo, ascolta pure questo ruscello, questo fiumiciattolo che scorre contro corrente in mezzo ai sassi. E tieni a mente che io che scrivo sono lontano, molto lontano dal raggiungere lo Stato di cui parlerò che, in questo momento, mi piace chiamare Felicità o se vogliamo Beat, Beatitudine.

Cosa accadrebbe nel mondo e a noi stessi se abbandonassimo, la connessione, l’Interconnessione, la sapienza universale di internet. Forse pretesa di emulare o ricreare qualche arcano e mistico concetto filosofico, di una supercoscienza, di una supermente connessa da innumerevoli reti.

E le ansie e le nevrosi, e le pretese di essere migliori, gli egoismi, e la volontà di perfezione, di una perfezione cercata ma impossibile e che porta alla frustrazione, all’insoddisfazione.

E critichiamo pure la globalizzazione, ahi la globalizzazione, figlia del nostro tempo, figlia della stabilità politica. Forse…

E preparate la ghigliottina! Qualcuno sta assassinando il politicamente corretto.

E cosa accadrebbe se all’improvviso rifiutassimo di imparare l’inglese e ciò che conviene imparare, se non volessimo più diventare competitivi sul mercato del lavoro, se smettessimo di pensare e ripensare, in questa paralisi di veglia, in questa paralisi di vita apparente. Proviamo per un attimo a divenire esseri perfettamente inutili alla società moderna. Buttiamo per un attimo nella spazzatura le abilità informatiche, le cene di lavoro, i rapporti di cortesia, smettiamo di rincorrere la carriera. Ecco adesso è fuggita, e non la puoi più riprendere. Trova una via alternativa alla Realizzazione.

Proviamo a smettere di infuriarci per ciò che è diverso, per ciò che non è il pensare in maniera convenzionale, per ciò che è dissacrante, inutile per la società, emarginato.

E pendiamo dalle labbra di chi vive alla giornata, chi sperimenta, chi osserva l’alba del nuovo giorno con occhi diversi, chi dice scorrettezze, chi non lava le mani prima di sedersi a tavola, chi ascolta tutti ma non segue nessuno.

E considera un giorno produttivo quello passato lontano dal  maledetto schermo, lontano da quei doveri che ci rendono infelici.

E questo non significa fuggirli, i doveri, le responsabilità. Non esattamente. Significa che il tempo è troppo fugace e smilzo per perderlo soltanto in faccende, mansioni e azioni che non ci fanno stare bene.

Troviamo un equilibrio che dia un calcio in faccia a ciò che non ci fa stare bene. Una via di mezzo tra il dovere e il piacere.

Non viviamo per fare in modo che le cose che gli altri vogliono imporci siano eseguite magistralmente.

E l’informatica, i “social”… cosa chiedere di meglio se non poter parlare con i propri amici senza doverli incontrare, non c’è niente di meglio che attendere con palpitazione, con frenesia, quel messaggio, quel messaggio che tanto attendiamo in un oceano di nulla, in un non rendersi conto della realtà, di ciò che ci accade intorno, così terribilmente affascinante e così ignorato. A che serve dialogare, a che serve prendersi a parole, azzuffarsi, arrivare alle mani e poi riconciliarsi con un abbraccio se da oggi possiamo fare tutto ciò dietro un comodo schermo, al sicuro dalla Vita.

E quanto è conveniente per chi comanda essere sempre più attratti dalla futilità, dal superfluo, dall’ultima imposizione dall’alto, dall’ultima trovata dell’Altissimo Padre “Progresso”.

E consideriamo perduta una vita passata a rimandar a settembre ciò che vorremmo ma non possiamo, a studiare per “dare la materia”, ad impegnare il proprio tempo nel soddisfare ciò che non soddisfa, nella corsa spasmodica verso il famigerato “pezzo di carta”. Abbiamo studiato senza aver imparato, abbiamo cercato un lavoro e l’abbiamo trovato, abbiamo messo da parte il denaro per la pensione. Per la pensione.

Abbiamo passato un’intera esistenza a non ascoltare noi stessi.

Ma adesso provate un po’ a pensare a quell’ombra che nella notte dei tempi esce dalla buia caverna, e si unisce ad altre, a tante ombre. Vanno a caccia, un caprone, un montone, un bufalo…qualcosa prenderanno, ne sono certi. E scruta, osserva con attenzione la connessione delle loro menti mentre preparano la trappola per quel povero animale. Ma è il Sostentamento. E poco prima quell’animale aveva sbranato una gazzella, una pecora, era il suo Sostentamento.  È quasi l’alba in un non meglio identificato luogo, potrebbe essere la bassa Olanda, potrebbe essere un altopiano etiope, potremmo trovarci nella Belem Valley in Papua Nuova Guinea. Guardati attorno e cerca di accendere un fuoco nell’oscurità, procurati da mangiare, abbatti quell’albero e costruisciti un rifugio, e poi invita i tuoi amici più cari e più fidati e festeggiate insieme senza un motivo ben preciso. E allora balleremo, ci ubriacheremo di vita anche senza bere. E salteremo, e ancora danzeremo come ombre in una bianca spiaggia, fradici di un alcool che non si misura in gradazione, “fatti” di una sostanza che non si acquista al grammo. E ameremo, ameremo, per avere dell’altro Sostentamento, dell’altra Vita.

Vìvamus, mea Lesbia, atque amemus               Viviamo mia Lesbia ed amiamo

rumoresque senum severiorum                          i frastuoni dei vecchi severi

omnes unius aestimemus assis                           consideriamoli tutti moneta senza valore

Soles occidere et redire possunt                         I giorni possono morire e ritornare

nobis, cum semel occidìt brevìs lux,                  noi, quando morirà la nostra breve vita

nox est pèrpetua una dormienda                        una perpetua notte dovremo dormire.

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