“Gino il Cinghiale” di Kevin Manuel Rubino

“sovra candido vel cinta d’uliva
donna m’apparve, sotto verde manto
vestita di color di fiamma viva.”
All’Italia, il più bel Paese.

Gino il Cinghiale

Palermo, giorno quattro del Gennaio 2018: Gino il cinghiale fa irruzione in una scuola. È il panico. Corri forte, cinghialotto, la gente dice sei stato tu.

Quella mattina Gino il Cinghiale si svegliò con voglia di esseri umani: di solito mangiava frutta, verdure, ogni tanto resti di carne, ma quel giorno Gino voleva carne umana, fresca e pura. Carne di bambino. Non l’avesse mai avuta questa voglia.

Alzatosi all’alba, Gino salutò la moglie che stava preparando la colazione ai figlioletti e dunque li andò a svegliare. Mamma mia, che erano brutti. Uno si chiamava Natale e l’altro Pasquale, ma vi giuro che io non ho mai capito chi fosse l’uno e chi fosse l’altro. Anzi, più crescevano e più li confondevo con Gino e con la mamma Rita. Dopo i soliti capricci puerili, i due si alzarono dal letto di foglie e andarono a fare colazione, ma avvertivano un nonsoché di strano nell’aria che faceva presagire loro che oggi non sarebbe stato un gran bel giorno. Sarà stata la colazione della mamma, pensarono. E avevano ragione di pensarlo, dato che cucinava da cani: i cinghiali hanno tutt’altro stile di cucina. Un po’ come paragonare la cucina italiana alle altre e Rita cucinava da cani.

Gino promise alla famiglia che stasera avrebbero mangiato come un Dio Maiale (non fraintendetemi: mi riferisco letteralmente al Dio del Maiale e non al Dio degli esseri umani, succinto di una veste suina. Sia mai), perché avrebbe portato in tavola del cibo prelibato, un piatto tipico dei comunisti, come si andava farneticando in giro. Sarà vero? Gironzolando nelle terre della periferia palermitana, Gino era assorto in questi pensieri comunisti quando si rese conto che effettivamente i cinghiali non mangiavano bambini e forse neppure i comunisti, anche se Gino non ne fosse tanto sicuro; pensò dunque che avrebbe chiesto ad un suo amico comunista che cosa ne pensasse di questa diceria, ma poi si ricordò che il suo amico lo scorso natale fu mangiato nella casa di un ricco avvocato di Palermo. Frank, che era il suo nome, ebbe una morte bellissima per un cinghiale: il suo padrone gli porse il suo piatto preferito, tuberi e radici, e gli sparò un colpo in testa. Non si rese conto di nulla Frank, al contrario del padrone che dovette ripulire il sangue che zampillando un po’ ovunque sporcò il grembiule bianco. Frank diventò un ragù di carne da leccarsi i baffi.

Niente da fare, quel giorno a Palermo non si trovavano comunisti, ma solo cinghiali borghesi di sinistra, qualche borghese di destra e tanti cinghiali incazzati, che accusavano gli uccelli migratori di rubare il lavoro ai cinghiali. La solita vita, nessuna novità, monotonia assoluta. Povero Gino.

Quando si fece l’ora della merenda, Gino cominciò ad addentrarsi in posti ostili per un cinghiale, anzi, non solo per un cinghiale, ma proprio per tutti gli animali: egli infatti si intrufolò in un centro abitato della città di Palermo. A volte è pericoloso per gli umani, figurati per un animale, ma Gino nelle sue cose, purtroppo, era testardo.

Fin da subito egli capì di essere capitato nel posto sbagliato: un’automobile con alla guida una donna al telefono rischiò di investire prima Gino, poi Mariuccio, il figlio di una signora che abitava lì vicino, e infine Totò Termini che stava andando a prendere un caffè al bar. La tipica indignazione italiana più rapida di un orgasmo maschile e poi tutto normale. Gino, che nel frattempo cominciò ad annusare i rifiuti lasciati sul marciapiede, ebbe paura perché la gente, vedendolo, cominciò a urlare. E scappò, ma ovunque vedeva gente che gli tirava addosso di tutto e lo insultava. Che cazzo urlate? È un cinghiale, mica vi capisce. Comunque, un sasso, una borsa, un altro sasso, una banana, gli tirarono di tutto ed egli ebbe molta paura dell’essere umano. Corse per tanti metri, aveva il fiatone, pensava a Rita, a Natale e a Pasquale, pensava anche a Frank, che se non si fosse spicciato lo avrebbe raggiunto. Vedeva la gente inveirgli contro, però a distanza di sicurezza, perché la gente ti offende da lontano, in quanto da vicino ha paura di affrontarti. Sbraitavano, con le loro bocche insulse, sputavano parole offensive e anche resti di cibo incastrati fra i denti.

Gino poi si ricordò di alcuni video che suo figlio Natale era solito guardare sull’ iPork X: Natale infatti era fan di quei video in cui ci sono bambini che giocano amorevolmente con gli animali. Manco a dirlo, appena Gino lesse “scuola elementare” (ma non mi chiedete come fece a leggere, perché solo Dio, sia quello nostro che quello maiale, sa) entrò dentro. Però Gino non lesse il sottotitolo dell’insegna: «lasciate ogne speranza, voi ch’intrate». Un errore imperdonabile.

Varcò la soglia, tutto era tranquillo: le insegnanti, spesso incapaci, com’era ormai usuale, insegnavano ai bambini, i bidelli o collaboratori scolastici, per non urtare la loro sensibilità, si godevano na’ tazzulella e’ cafè (Ciao Pino) e parlavano del governo ladro. Gino si trovava nel cortile antistante ed era ancora spaventato, quindi non era furtivo nei movimenti, tant’è che una bidella, quella grassa coi baffetti, non appena lo vide lasciò cadere la tazza di caffè e, portandosi la mano sulla fronte, svenne per terra. Il suo collega Mario, temendo per l’incolumità sua, della donna baffuta, delle insegnanti e dei bambini, corse immediatamente a chiudere il portone. Gino, che ha la percezione della realtà tipica dei cinghiali, ovverosia a rallentatore, vide questo tizio venire verso di lui correndo lentamente a gambe larghe e con il caffè che fluttuava nell’aria; Gino ebbe paura: è un cinghiale d’altronde. Ebbe talmente paura che sfondò il portone e ferì il povero Mario. Povero davvero, perché se ci fossero bidelli così in USA, quelle stragi nelle scuole non esisterebbero proprio.

Gino, impaurito com’era, correva ovunque, dentro, fuori, sopra, sotto, nel sottosopra di Stranger Things, un demogorgone: “Ciao, Gino”. Ovunque. Il suo correre, come conseguenza naturale, provocò il panico in quella scuola elementare. Poi i bambini, quando urlano… secondi solo alle donne che praticano sport di squadra. Gino si sentì in trappola, pensò di nuovo alla sua famiglia, li amava con amore cinghialesco e temeva che non li avrebbe più rivisti. Era nel cortile, quando arrivò la squadra anti-cinghiale della Guardia Forestale di Palermo. Arrivarono in centinaia: d’altronde che cazzo dovevano fare quelle migliaia e migliaia di forestali in Sicilia in quei primi giorni del 2018? Appiccare un incendio durante le feste? Macché, sei pazzo. Però, cavolo, se ti arriva la chiamata di un cinghiale, non puoi startene in caserma. E dunque arrivarono i forestali, i pompieri, la polizia, i carabinieri. Io vorrei però insistere, su questo punto: se negli USA imparassero le procedure anti-cinghiale di Palermo, a mio avviso, non ci sarebbero più stragi nelle loro scuole.

Tuttavia Gino, quando vide arrivare questo manipolo di impavidi guerrieri, si chiese come mai tanto casino per un cinghiale. Vuoi per l’istinto di sopravvivenza, vuoi per il sentimento di potenza che iniziò a provare, Gino si sentì un leone. Gino osservò un coraggioso pompiere che gli si faceva contro, entrambi stettero fermi. Si guardavano negli occhi. Prima il Cinghiale verso il pompiere. Dopo il pompiere verso il Cinghiale. Poi Ennio Morricone sulla destra dirigeva l’orchestra che suonava il Triello. Era una scena fantastica, ma Gino, che si sentì minacciato, iniziò a correre verso il coraggioso pompiere. Coraggioso, si fa per dire, perché iniziò a scappare a gambe levate vedendo Gino venirgli incontro. A dire il vero pure io scapperei via da un cinghiale che mi corre dietro, ma non fa ridere la scena di Gino che rincorre un pompiere?

L’effetto leone svanì subito e Gino ritornò nei panni del cinghiale. Egli non era un leone, anzi, al contrario, i leoni erano quelli che adesso gli stavano dando la caccia. Pensò che, se si fosse messo tranquillo in un angolo, lo avrebbero risparmiato. Egli infatti andò ad accucciarsi in un angolino, guardava le bestie che gli stavano attorno. Dietro le bestie vedeva le immagini illusorie della sua famiglia, Rita che gli diceva di amarlo, i piccolini che brutti com’erano, senza un papà forte, non ce l’avrebbero fatta. Gino sapeva che ne sarebbe uscito fuori in qualche modo. I bambini guardavano e ridevano da dietro le finestre e questo faceva calmare Gino. Non sapeva manco come ci fosse capitato lì, ma se sei debole in una società feroce vieni sempre messo contro al muro, soprattutto se sei cinghiale. Eppure Gino sentiva che avrebbe riabbracciato la sua famiglia, eppure tremava. Le bestie attorno a lui vedevano che stava tremando, si leggeva negli occhi la paura. Potevano risparmiarlo. Quando un animale prova delle emozioni, i loro occhi le comunicano. Ma le bestie, al contrario, non provano emozioni ed empatia; nessuno aveva mai detto questo a Gino, che invece sperava.

All’improvviso un uomo arrivò circondato da altri che indicavano Gino. Egli aveva in spalla uno strano ferro lungo, con delle impugnature in legno. Forse era l’uomo che lo avrebbe salvato, forse era uno di quegli uomini che nei film americani contrattano coi rapinatori che tengono in ostaggio delle persone. Quella persona gli ispirava fiducia. Gino… era un cinghiale.

Era più sereno Gino, poiché rivide i bambini sulla finestra: gli davano tranquillità. D’un tratto però arrivò la maestra che fece allontanare i bambini dalla finestra; Gino li vide andare via e fu triste, perché non ne vedeva il motivo.

Gino guardò quell’uomo, che puntava quel ferro verso di lui. Un boato. Gino cadde a terra, in un lago di sangue vivo. Mosse, con le ultime forze, tutti gli arti, come se volesse correre e scappare. Non poteva scappare. Esalò l’ultimo respiro guardando il Tiratore scelto che sorrideva. Gino spirò, vide gli occhi di Rita.

 Il Tiratore, anche quel giorno, aveva sfogato le proprie frustrazioni sessuali e lavorative su un essere debole e indifeso.

Adesso Gino il Cinghiale banchetta con Frank il Comunista.

 

il Manigoldo Siculo, KMR

Palermo 04/01/2018

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