“Un sacco bello: non soltanto comicità” di Enrico Palumbo

Un’assolata Roma, bruciata dal bollente sole di ferragosto, deserta, resa quasi inospitale dall’afa, dal la malinconia dei condomini vuoti, delle strade deserte. Basta provare a passare un ferragosto in qualunque grande città italiana per entrare nel contesto. Ed è proprio in questo quadretto di desolazione che si intrecciano le vicende de “Un sacco bello”, il primo, e probabilmente il più multiforme e geniale se vogliamo, della lunga serie di film verdoniani.

Carlo Verdone non è neanche trentenne quando inizia la stesura del film, una telefonata inaspettata, a casa Verdone, scuote la quiete. È il celebre regista Sergio Leone, personaggio quasi burbero ma dal cuore d’oro, che ha notato il talento dell’attore romano nel famoso programma televisivo di varietà “Non Stop”. Perchè proprio lì Carlo muove i primi passi nel cabaret, nella creazione di personaggi, di macchiette, di veri e propri caratteri che, ante litteram, potremmo paragonare con la commedia antica. E quindi vedremo personaggi come il prete, il “coatto romano”, l’ingenuo ragazzone, tutte figure che andremo a ritrovare in film come “Un sacco bello”, ma anche nei successivi “Bianco Rosso e Verdone” (1981), e, in una forma quasi giustapposta e potenziata, nel più recente “Grande, Grosso e Verdone” (2008).

Sergio è chiaro e diretto, Carlo deve assolutamente realizzare un film diretto dal giovane Verdone stesso, lui si sarebbe occupato della produzione. Così disse, e così avvenne. Il rapporto tra Sergio e Carlo è quello che intercorre tra maestro e allievo, Verdone non ha mai tralasciato di ringraziare il regista, ripetendo spesso nelle interviste, di dovere a lui tutta la sua carriera. Circolano diversi aneddoti al riguardo, uno dei più belli e significativi è che, Carlo non riusciva a prendere sonno la sera prima dell’inizio delle riprese, e Sergio Leone bussò a casa sua, come percependolo, e lo portò a fare un giro a piedi per Roma per smaltire l’ansia, dicendo, “la notte prima non si dorme mai, capita anche a me prima di ogni film”. La gavetta sul piccolo schermo consente dunque al genio verdoniano di esordire nel 1980 con un prodotto che risulta a prima vista, di elevata qualità e soprattutto di grande successo, da menzionare il David di Donatello che meritò nell’80.

Ma entriamo pure, metaforicamente, all’interno della pellicola. Tre situazioni, tre personaggi principali, innumerevoli personaggi secondari che forniscono uno squisito contorno alla già brillante ossatura portante del film, perchè si, in un film così intensamente romano, non possono mancare personaggi che arricchiscono e rendono più realista e colorato lo scenario rappresentato.

Ruggero, un hippie sulla trentina che, a seguito di una presunta esperienza mistica, ha scelto come modo di vita, una sorta di bizzarro naturalismo condito da memorabili aneddoti.

Leo, un ragazzone ingenuo e sempliciotto che in una mattina squisitamente romana incontra, in maniera rocambolesca, una libertina ragazza spagnola in cerca di un ostello.

Enzo. Tipico coatto romano, inguaribilmente e irriducibilmente immaturo. Senza amici e con un chiodo fisso in testa, trovare un compagno di viaggio con cui raggiungere Cracovia per una sorta di tour sessuale.

Sono questi i tre protagonisti della pellicola. Tre situazioni, tre scenari al limite del tragicomico, intrecciati tra di loro attraverso una trovata scenica che permette la concatenazione. Ed è qui la novità, un film unico diviso in più “scene”, interpretate dallo stesso attore. In particolare nella scena di Ruggero, l’hippie trentenne, possiamo notare un magistrale Verdone che arriva ad interpretare, attraverso un montaggio eseguito in postproduzione, fino a quattro personaggi totalmente diversi, nella stessa stanza. È un caso raro nel cinema italiano, da segnalare un caso analogo, anche se in formula differente, ne “I mostri”, di Dino Risi del ’63.

Ruggero, il nome sembra creato apposta per essere pronunciato, con un risultato fonetico meraviglioso, dall’ inconfondibile accento romano del grande Mario Brega, volto noto nel mondo degli “spaghetti western” e non soltanto, già collaboratore del produttore Sergio Leone, qui nelle vesti del burbero e conservatore padre. Ruggero si trova a Roma da alcuni giorni in occasione di una raccolta fondi per la comunità a cui appartiene, che vive ritirata a Città della Pieve. Il padre, intepretato appunto da Mario, viene a sapere della sua presenza, e, fingendo un incontro puramente fortuito, lo va letteralmente ad acciuffare, anche se in maniera bonaria, ad un semaforo, mentre chiede l’elemosina con altri due compagni di avventure, la compagna Fiorenza (Isabella De Bernardi, figlia di uno degli sceneggiatori, scoperta per puro caso) e il povero Cristiano (Sandro Ghiani). E qui avviene una delle connessioni con le altre due situazioni, infatti Enzo, il coatto, nel tentativo di raggiungere Cracovia, rimane fermo ad un semaforo con la sua mitica Fiat Dino spyder, di cui avremo modo di parlare in seguito. I ragazzi danno loro una spinta, e qui, in una sorta di metacinema, abbiamo due Verdone che interpretano due personaggi diversi nella stessa scena.

Dunque, Mario conduce i ragazzi a casa, nella casa paterna, nel luogo della retta via, che il giovane Ruggero, ha voluto abbandonare, smarrendosi. Straordinariamente significativa è questa scena. Per l’occasione, per far redimere Ruggero, per convincerlo ad abbandonare la vita dissoluta e incerta di hippie, o “capellone”, come si usava dire a quei tempi, il “padre padrone” invita, un bizzarro e improbabile prete (che si mostra aperto e non ottuso di fronte alle parole “rivoluzionarie” e sicuramente nuove di Ruggero), un anziano professore, emblema di buon costume e di moralità, ed il cugino di Ruggero, Anselmo, un logorroico che finisce per esporre un argomentazione miserabile a favore del matrimonio e della vita coniugale. E’ una scena ad alto contenuto comico, viene considerato un cult del cinema italiano, ma espone un quadretto pittoresco della società ipocrita ed imborghesita di quegli anni, in cui possiamo ravvedere diversi spunti di riflessione. È possibile, del resto, cogliere riferimenti alla commedia latina e alle sue tematiche, come il pater che tenta di riportare sulla retta via il figlio che ha perso la via di casa. E notiamo anche un celato ma esplicito fallimento della religione e dell’educazione di una volta, che non è riuscita ad avere presa nelle nuove generazioni. Convintosi dunque, Mario, dell’impossibilità di “riconvertire” il figlio Ruggero, lo lascia andare, accompagnato dalla compagna Fiorenza, che, mentre tornano nella loro comunità, si lascia scappare un emblematico “si però che palle pure la campagna” che sancisce un’incontentabilità e un’impossibilità di trovare un definitivo centro di gravità.

Enzo, è il classico coatto, è senza amici, vive in una squallida abitazione, completamente solo, memorabile l’inquadratura della sua agenda, in cui compaiono pochi e sparuti numeri, si trova solo a ferragosto nella terribile città deserta, ed è alla disperata ricerca di un compago di viaggio per intraprendere uno strambo tour del sesso in Polonia per rimorchiare donne, e offrir loro in cambio, penne biro e calze di seta. Lo spessore culturale e morale del personaggio si evince da dettagli come questi. Organizzatosi per partire con un demotivato ed ansioso Sergio (Renato Scarpa, poliedrico attore teatrale e cinematografico), dopo aver percorso pochi chilometri è costretto a rinunciare a causa di un malore dell’amico, che si scoprirà avere anche moglie e figli. Tornato a Roma, non demorde e continua nella disperata ricerca, finchè non si imbatte, dopo diverse telefonate a lontane conoscenze, in un amico di un amico, che viene chiamato l’amico di Martucci, il film non svela se il famigerato viaggio in Polonia avrà un lieto fine, ma di sicuro emerge nella depressa aria romana, un forte senso di solitudine e noia.

Ed infine il più poetico, il più tenero ed infantile tra i personaggi e le situazioni verdoniane, Leo. Un trentenne ingenuo e senza personalità, sfortunato e oppresso da una famigerata madre, che deve raggiungere a Ladispoli, per passare con lei le vacanze. Un incontro fortuito con la bellissima Marisol (Veronica Miriel) gli cambia in meglio, e poi miseramente in peggio la sua altrimenti, monotona e deprimente giornata. La ragazza è infatti in cerca di un ostello e chiede informazioni allo sprovveduto Leo che, in mancanza di disponibilità di posti negli ostelli di tutta Roma, finisce per ospitare l’affascinante ragazza nell’abitazione materna, Ed effettivamente è difficile non notare la bellezza naturale e tipicamente mediterranea, di Marisol, che viene anche inquadrata in un ravvicinato primo piano, con una tecnica già sperimentata da Sergio Leone, e poi addirittura, utilizzata da Kubrick in diversi suoi film. La presenza della spregiudicata Marisol, che vive alla giornata, che assapora le esperienze della vita, rende movimentata e diversa la giornata di Leo. La scena della cena, nella terrazza urbana della casa di Leo, in una sorta di isolamento sospeso nell’incredibile e quasi avulso dal resto del mondo, un magico isolamento fatto di “vino tinto”, di maldestri atteggiamenti di Leo, di sguardi, di sensulità della giovane Marisol, si svolge un pasto che ha qualcosa di tenero e al tempo stesso poetico. E notiamo anche come Leo interrompe e trasgredisce le rigide regole della madre che lo opprimevano tanto, aprendo una bottiglia di un pregiato vino a cui lei teneva particolarmente. Sempre ammaliato però dalle parole della ragazza, che ha su di lui un forte potere persuasivo. E’ una scena davvero da assaporare perchè riesce a comunicare diverse emozioni, in un aurea quasi onirica e delicata al tempo stesso.

Dopo la cena, i due si spostano nella camera da letto della madre, per ascoltare un po di musica. La ragazza si esibisce in una dionisiaca performance alla chitarra (che Ennio Morricone, autore delle colonne sonore, ricorderà in maniera sofferta perchè la ragazza non riusciva ad azzeccare una nota durante le prove). Dopo di ciò Marisol cerca di attirare a letto l’ingenuo Leo, il quale, in maniera infantile ed impacciata arriva anche a baciare a stampo la ragazza, finchè non arriva il fidanzato di lei, Antioco (Fausto di Bella), che dopo in breve litigio con la ragazza, consumerà nella camera da letto della madre di Leo, un rapporto con la ragazza, inquinando la sacralità collegata alla madre della camera da letto, e facendo concludere male il breve idillio vissuto dal povero Leo, che riprende la solita vita noiosa e sventurata. Nell’inquadratura finale lo vedremo allontanarsi sconsolato, ed è qui che entrano i titoli di coda, accompagnati dalla leggendaria colonna sonora di Ennio Morricone, con la melodia fischiettata dal grande Alessandro Alessandroni.

Il film è davvero una perla, un patrimonio di situazioni e di realtà tipicamente romane, ormai irrimediabilmente perdute ai giorni nostri, che vengono congelate nella pellicola. I caratteri, presi dalla strada, dalla romanità più verace, più autentica. Il vecchio che commenta le situazioni a cui assiste, e fornisce consigli più o meno utili, il padre burbero e vecchio stampo, il coatto romano. Tutti elementi ispirati dalla variopinta e artistica realtà romana.

Un sacco bello, dice Verdone in un’intervista, fu scitto nella scrivania in legno della sua abitazione, che aveva una vista su gran parte di Roma, E’ proprio Roma dunque, i suoi panorami, le sue strade, la sua potente voce, ad avere ispirato la pellicola. Film testimone di un’Italia che stava per affrontare il memorabile decennio degli anni “ottanta”. La comicità mai volgare e spicciola, la Fiat Dino Spyder di Enzo con un sistema apposito per favorire il “rimorchio” delle ragazze in Polonia, con il sedile inclinabile a pulsante, con il cassettino rifornito di ogni accessorio per fumare, la casa – nido materno di Leo, dalla quale cerca di staccarsi, la casa, regno paterno, di Ruggero, che rappresenta la via da ritrovare. E la Strada, i vicoli, e le ampie strade di Roma, che fanno da contorno ai suddetti elementi, solo per citarne alcuni. E’ il film della peregrinazione, del vagare in cerca di qualcosa, del movimento. Ed effettivamente il movimento è un elemento che contraddistingue gran parte della filmografia verdoniana. Un movimento che però è quasi sempre, di personaggi falliti, spesso ai margini della società, che non hanno quasi mai la meglio.

Una comicità dunque, in arte tragica. Non consideriamo “Un sacco bello” soltanto un semplice film comico, un film da ridere, cogliamo invece tutti gli elementi che possono fornirci uno spunto di riflessione interessante, e non dimentichiamo mai la statura intellettuale e morale del suo grande e geniale creatore ed inteprete, Carlo Verdone.

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