“SALLY” di Marco Perricone

Ho scritto questo racconto circa sei mesi fa, era una nottata insonne e mi venne in mente di scrivere una storia, una storia disperata tanto quanto lo ero io.
Gaetano, il protagonista, è uno come tanti e come nessuno, uno che ha tirato troppo la corda nei confronti della vita, un po’ la mia storia, un po’ la storia di tanti, di chi avrebbe voluto altro o di chi non è riuscito ad attuare i propri piani e vede tutto perso, quante volte, del resto, ci sono passato, quante volte tanti ci saranno passati da giorni e notti cullati dalla più nera disperazione, ebbene si, Gaetano sono proprio io e mi piace pensare che se ne sia andato felice, pensando a quella ragazza che amò follemente, l’unica che davvero amò nella sua vita e ai giorni felici passati insieme.
L’ultima cosa che ho da dire è questo racconto è rimasto identico al momento in cui l’ho scritto, con tutta la rabbia, le lacrime, e le grida di quella notte.

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Mercoledì, ore 23.41, alcool, tanta droga, tutta sul tavolo sparsa, consumo libero e non regolamentato, vari invitati, i vetri di casa che vibrano, quasi scoppiano e due casse diffondono la musica. «Ancora 19 minuti per morire entro i trent’anni, ancora 19 minuti per morire giovane, ancora un’altra pippata, un altro bicchiere che magari è la volta buona che muoio, ancora 19 minuti per morire prima dei trent’anni».
Così diceva alla festa del suo trentesimo compleanno Gaetano, cinque anni di carcere per spaccio, vari procedimenti per rapine e una serie enumerabile di denunce e affidi ai servizi sociali.
Giovedì, ore 15.00, il giorno è già sorto da un pezzo, il sole compie il suo lungo arco da Oriente a Occidente e chi sa, in qualche parte del mondo ancora sarà Mercoledì, particolare interessante questo, in qualche parte del mondo Gaetano non ha ancora compiuto trent’anni. «Sono morto? Sono morto o no? Ma che, non è che sono vivo? No sono morto, proprio morto stecchito mi sa, se sollevo il braccio, ricade giù di colpo… Sono, sono morto o no? Non capisco, dovrei essere morto ma se fossi davvero morto non mi muoverei e sarei freddo come un ghiacciolo… Mi sa che non sono morto nemmeno sta volta, cazzo, sono ancora vivo, ancora un giorno, ancora vita in questo mondo e per di più ora ho trent’anni, mi avvicino alla vecchiaia. Quà bisognerà prendere provvedimenti!» E ancora nel letto si rigirava,brontolava, si scopriva, poi si ricopriva, affondava la faccia sul cuscino, proprio non si voleva alzare, lui non avrebbe voluto trascorrere ancora un’altra giornata, era semplice il suo piano, andar via prima dei trent’anni, possibilmente per overdose ma non gli interessava poi tanto la modalità, la fatalità, le condizioni in cui si sarebbe realizzata la sua morte, infine chiedeva soltanto di morire giovane, tutto quà, niente desideri, niente aspettative, niente richieste particolari, non aveva mai parlato con un padre eterno su cui tra l’altro aveva molti dubbi, voleva soltanto morire, farla finita, semplice e indolore. Erano già le quattro e mezza e in casa non si sentiva un rumore, tranquillità assoluta, la calma dopo la tempesta, se non qualche gridolino, qualche imprecazione o bestemmia di Gaetano che ancora a letto continuava a lamentarsi. Sempre di più, sempre più forte, le grida, i calci e i pugni dati al muro, le lacrime di disperazione, doveva proprio esser passato qualche brutto pensiero nella testa del neo-trentenne Gaetano, forse era la consapevolezza d’aver buttato una vita, forse avrebbe potuto fare altro, sfruttare il suo potenziale in maniera diversa, è intelligente del resto, ha manualità e laboriosità e oltretutto un gran fiuto per gli affari… Ma non importa tutto ciò, quel che potremmo essere e che non siamo tutti noi, quel che vorremmo essere e non saremo mai, «mamma, mamma, da grande voglio fare l’astronauta» non importa più niente e non importava nemmeno a Gaetano che a quel punto era giunto a una soluzione: «Sally, vecchia Sally, compagna di mille avventure, di quando vivevamo alla giornata, felici e senza pensieri, Sally, anima e corpo d’acciao brunito, nero come la notte, nero come la morte, Sally cara, ricordi di quella volta al supermercato? o ancora, quell’altra alla banca? quando dovemmo freddare il metronotte? Lo facevamo ovunque, che tempi, quando ogni giorno ti spogliavo e toccavo le tue intime profondità per lubrificarti e avanti e indietro, avanti e indietro…
scorreva il carrello, ogni giorno e tu sempre efficiente e felice di fare il tuo
lavoro e ora stai a prender polvere chiusa a chiave in un cassetto, cara Sally, Colt calibro 45, con un colpo stendevi chiunque». quella pistola era per gaetano un oggetto molto importante, la considerava come la naturale estensione della sua mano e quasi la venerava, ogni volta che apre quel cassetto gli luccicano gli occhi, la guarda, poi, delicatamente la prende, la stringe e ricordai tempi prima del carcere, quando con sally in mano si sentiva un dio, capace di decidere della vita o della morte di chiunque, era un gran rapinatore Gaetano, non falliva mai un colpo e quasi mai aveva, in verità, bisogno di sparare, poichè si sa, la regola di ogni rapinatore serio è far meno casino possibile e scappare, concludendo il tutto in pochi minuti, lui era proprio così, un mago della rapina, supermercati, ristoranti e fast food che bei tempi che erano per lui quelli, libertà sconfinata, tanti soldi, donne sempre diverse e continui spostamenti, in poche parole, il massimo per chi desiderasse una vita avventurosa totalmente fuori dagli schemi, dalle logiche di sistema, dai ragionamenti comuni, Gaetano era diventato esattamente il figlio che nessun genitore avrebbe voluto. Ora però iniziava a sentire stretto al collo come un cappio, come qualcosa che lo soffoca e lo divora dall’interno, come un veleno che gli inquina la vita, gli intossica la mente, solo un velo nero, del nero più buio e profondo, quel nero che puoi trovare solo in mezzo al mare, alla notte, quando solo la lampara d’un peschereccio illumina fiocamente l’acqua che se pur calma in superficie nasconde sotto tutte le insidie d’un mondo ostile, inospitale, non adatto alla vita.
Un’altra volta sbottando a piangere in un fiume di parole, lacrime e singhiozzi Gaetano cercava le munizioni ed era già giunto ad un’imporante consapevolezza, anche se non l’aveva pienamente ancora realizzata sottoforma di pensiero articolato. “Dove ho messo le munizioni? Dove cazzo sono? Che bordello in questa camera, fanculo, non si trova mai un cazzo, cumuli di robe, inutili, cumili di robe inutili e non si trova mai un cazzo! Vaffanculo vedi che casino che faccio ora, che cazzo! Questo condominio sentirà un bel botto oggi”. E intanto i pugni, gli oggetti scaraventati al muro, le nocche sanguinanti, una mano già gonfia, gonfia dell’ira, del disprezzo, della ribellione contro quel mondo, quella società in cui non si era mai trovato e che, in fondo, non aveva capito. “Se potessi farei esplodere il mio condominio di merda, se potessi ma guarda che vita incasinata, nemmeno la bombola del gas sono riuscito a comprare questo mese, che merda… L’unica che mi abbia mai capito è Sally, l’unica che c’è sempre stata in realtà, sopratutto nei momenti peggiori e allora mi accompagnerà pure sta volta… Per l’ultima volta, per me non ci sarà un domani mi sa”. Intanto aveva trovato i colpi, riempiva il caricatore, contava ogni colpo che infiliava e poi osservava per bene, come in un rituale ben conosciuto, come un momeno da celebrare fino al compimento e col caricatore inserito, tirava il carrello, tendeva il cane e, levata la sicura, Sally sarebbe stata tutta per lui. “E’ la fine, tremo, ahh che strazio! Quale dolore! Che mondo infame, che infame sono stato io con me stesso, cosa ho fatto? Ho prodotto il male e tanto male che feci mi torna incontro in questo momento. Sarebbe stato bello… ma era destino che tanta gioia non fosse per me…” Ora s’era calmato, era seduto su letto, canna della pistola puntata alla tempia, non
poteva esser più tranquillo e rilassato, si godeva gli ultimi istanti e intanto guardava il muro della sua camera, davanti a se. A un tratto il sordo fragore riempì la stanza, poi prese la via del corridoio e in breve si fece spazio tra le fessure delle finestre, finendo fuori, nel cortile interno, tra i palazzi dell’isolato generando un boato prodigioso, era questo il suono che di corsa annunciava una morte. Ora Gaetano giaceva esanime, con un foro nelle tempie, reclinato su se stesso, coi denti serrati nell’ultima espressione d’ un momento così intimo, come il rapporto tra lui e la sua pistola nel momento del suicidio. C’è chi dice che trovò la felicità un attimo prima di premere il grilletto, morendo così, finalmente, felice, c’è chi dice che invece, avesse trovato il baratro della disperazione un attimo prima di premere il grilletto e chi racconta che fosse rimasto turbato, che avesse pensato ad un amore, infondo, all’unica persona per lui importante un attimo prima di premere il grilletto. Ma che importa? Si estingueva così quel torrente di parole, pensieri, grida e disperazione, tutto era finito, almeno era rimasta la consolazione d’aver portato a termine qualcosa e che ciò non sarebbe potuto ricapitare, vite irripetibili che ognuno vive e morti degne di gloria o di oblio come chi si spara in casa, estraniato dal mondo e non ha nemmeno una bombola del gas per portarsi con sè tutto il palazzo.

Marco Perricone nasce a Palermo dove consegue nel 2015 la maturità presso il liceo classico Umberto I.
In seguito intraprende, presso l’Università degli studi di Palermo, gli studi in scienze della comunicazione senza mai completarli, e nel 2017 intraprende gli studi in Beni Culturali, che prosegue tutt’ora.
Nato da una famiglia del ceto medio, è sempre stato irrequieto, ha sempre avuto difficoltà a trovare una stabilità personale, tutto ciò l’ha portato ben presto a confrontarsi con la strada, le realtà cittadine, con le persone più povere, passa svariati anni della primissima giovinezza tra l’alcool e la scoppiettante vivacità, gioiosa dei quartieri popolari.
Attualmente in vita (se non muore sta notte).

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