“Una giornata particolare della mia estate particolare” di Kevin Manuel Rubino

Grazie a Riccardo Salamone per la foto.

Il titolo di questo articolo si rifà alla traccia del tema che feci all’esame di riparazione del debito in italiano, al primo anno di Liceo. Non ero molto bravo a scrivere, non mi reputo un bravo “scrittore” oggi, ma l’unica cosa che sento di saper fare bene è ascoltare musica. La musica, infatti, mi permise di superare quel debito in Italiano, perché come giorno particolare nella mia estate particolare descrissi il mio primo concerto di Franco Battiato, a cui il mio professore d’italiano, un uomo a cui devo tanto, aveva assistito, anche se lo venni a sapere nel giorno dell’orale. Ero indeciso se raccontare la mia festa di compleanno, 14 luglio, oppure il concerto di Battiato. Alla fine optai saggiamente per il concerto. Ed ecco che nel 2018 ritorna un altro giorno particolare della mia estate particolare: il concerto di Roger Waters, proprio per il mio compleanno. Due piccioni con una fava.

Quando cresci a pane e musica, e per musica intendo Musica, inizi a chiederti se vale la pena spendere i tuoi soldi in concerti. Sarò realista e cinico: se ami la musica, se la ami davvero, non puoi non assistere ad un concerto. “Ah, ma costano assai”. È vero, e infatti come diceva anche Gaber: il concerto nello stadio è di sinistra, i prezzi sono un po’ di destra, ma vi assicuro che con un po’ di sacrifici si può fare (ve lo dice uno che non naviga nell’oro). Assistere ad un concerto è un’esperienza ultraterrena che ti rapisce per due ore e ti permette di tornare al mondo terreno con una nuova freschezza e voglia di vivere, di libertà. Di resistenza. Questo è il mio omaggio/recensione al concerto di Roger Waters del 14 luglio 2018 al Circo Massimo di Roma. Mi sono fatto un bel regalo di compleanno che non dimenticherò mai.

Prima, però, voglio ringraziare i miei compagni di avventura, Riccardo Salamone e Giuseppe Cottone, con i quali ho trascorso un’avventura indimenticabile che non dimenticheremo. Grazie, ragazzi, è stato un grande piacere.

Sveglia alle ore 6: anche se non ho dormito. Non dormo mai prima di una partenza in aereo, chissà perché (se qualche esperto in disturbi del sonno leggerà questo articolo, spero possa darmi consiglio). Arrivo a Roma alle ore 10.30, fa caldo oggi a Roma.

Arrivo al gate del Circo Massimo alle ore 13.30: inizia l’avventura, l’odissea che mi porterà a sottoporre il mio corpo e la mia mente ad ostacoli che mai ho affrontato. Temperatura asfissiante, caldo cocente e l’asfalto rovente fa surriscaldare la suola delle converse, che spesso odio e che talvolta apprezzo. Ma oggi le odio. Infatti sono costretto ad alzare un piede ogni trenta secondi per rinfrescare la suola, altrimenti la gomma si scioglierebbe. Alle ore 14.20 apre il gate, controlli sulle bottiglie: lo steward napoletano mi fa buttare il tappo del powerade che durante la corsa verso la pit area mi si riversa un po’ addosso. So che è la sua vendetta perché gli sbattiamo lo scudetto in faccia da sette anni, anche se non sa che sono juventino. Riusciamo a conquistare la zona sotto al palco, nella seconda fila, davanti ad una ragazza bassa, più bassa di me, che passerà il concerto a fare dirette su Facebook. Adesso inizia la parte più dura: l’attesa sotto il sole di luglio.

Sono le 14.30 e il concerto inizierà alle 21.30, sette ore di attesa. Ma il problema non è solo su come trascorrere l’attesa, bensì altri motivi mi costringono a stare attento: il caldo, la sete e la vescica. Tutte e tre le cose sono collegate e imprescindibili: si può resistere alla sete stando sotto al sole? Può la vescica non riempirsi quando si beve? No, certo che non si può, ma sono parsimonioso con l’acqua, sebbene per ben quattro volte sia costretto a comprare delle bottigliette d’acqua, a due euro. Ora, mi rivolgo a voi che vendete le bottigliette agli eventi a prezzi esorbitanti: spero che possiate spendere questi soldi in medicinali. Non medicinali per curare malattie gravi, voglio essere buono, ma per tachipirine, mal di testa e soprattutto per la diarrea. Ad ogni modo, con grande sorpresa la vescica resiste, ma il caldo è infernale. Gli organizzatori lo sanno e infatti installano un gran pezzo di nebulizzatore a cui io e i miei compagni di concerto andiamo a rinfrescarci a turno, per non perdere il posto. La storia del nebulizzatore è una bellissima storia d’amore che meriterebbe un libro, perché grazie a lui resistiamo al caldo, ma soprattutto ci distrae e ci dà un qualcosa da fare durante l’attesa. Un’attesa che rimane comunque terribilmente lunga.

Non dimenticherò mai le persone che mi circondavano. Il signore leccese che avrà più di sessant’anni, con il cuore juventino, e che inoltre resiste all’attesa (che eroe), i simpatici ragazzi napoletani, la fastidiosissima ragazzina che durante il concerto si rivelerà una grandissima rottura di coglioni, il signore sdraiato, i cui piedi sporchi e neri mi fanno venire da vomitare. E tanti altri le cui voci entrano inconsciamente dentro il mio cervello. Soprattutto l’addetto alla sicurezza oltre la transenna che mi salverà dalla disidratazione nell’intervallo.

L’attesa finisce. Sono le 21.10, mancano venti minuti e sullo schermo immenso del palco compare un paesaggio marino, in cui la protagonista è una donna seduta che dà le spalle ed osserva il mare, come se attendesse qualcuno. Sonorità arabeggianti iniziano a diffondersi in tutto il Circo Massimo.

Alle 21.30, l’immagine sparisce con un forte boato e inizia il battito di Speak To Me che introduce la bellissima Breathe (in the air). Waters è vicino a me, vestito come di consueto di nero, prende il basso e lo indossa. Ho suonato per tanti anni la chitarra, ma il basso mi ha sempre affascinato e per questo tempo addietro ho imparato a suonare Breathe. Riesco a vedere le note suonate da Waters nel suo basso: sono proprio vicino, cazzo. Ho assistito a tanti concerti, ma ogni volta ho trovato un pubblico piuttosto taciturno e per questo motivo ho sempre preferito canticchiare, ma adesso sono circondato da un manipolo di gente eroica che vuole cantare a squarciagola e finalmente posso gridare: breathe, breathe in the air, don’t be afraid to care. Leave, but don’t leave me. Look around, choose your own ground.

Una forte nota di basso introduce One of these days, che avevo già ascoltato live due anni prima suonata da David Gilmour, ma questa versione di Waters mette davvero i brividi: è come se egli volesse rispondere a chi in passato diceva che era un grande artista, ma un pessimo bassista. Ecco che lui a 74 anni a colpi di note risponde fermamente quanto vuole che si sappia: sono un artista completo, sono un bassista, mi chiamo Roger Waters e voi chi cazzo siete?

Di una cosa sono certo, ovvero che il concerto finirà e questo sogno chiamato Us and Them Tour si concluderà, come le nostre vite, la nostra giovinezza, il tempo di fare qualcosa e di poter dire qualcosa: Time me lo ricorda, ma non mi mette angoscia. Le emozioni che provo sono assolutamente positive. Non c’è la chitarra di Gilmour nell’assolo, ma il buon David Kilminster non lo fa rimpiangere più di tanto. E poi hanno lo stesso nome. Inoltre i suoni della chitarra hanno i medesimi effetti gilmouriani a cui nessun chitarrista che decide di suonare gli assoli dello Zio David può sottrarsi.

Le bravissime Jess Wolfe e Holly Laessig, che indossano parrucche che le fanno sembrare delle Raffaella Carrà, intonano The Great Gig in the Sky, superando di gran lunga la versione urlata e storpiata dai coristi usati da David Gilmour. Dave, scusami, ma anche tu sei un Floyd, sei un cesellatore del suono e mi metti tizi qualunque a sbraitare sulle note di questa canzone?

Di nuovo il basso di Waters riecheggia con prepotenza, mentre le tastiere del mitico Jon Carin, il trait d’union tra Waters e Gilmour, che non possono fare a meno di chiamarlo a suonare nei loro live, accompagnano le note di quella che è Welcome to the Machine, resa ancor di più eccezionale dalla voce graffiante di Waters. Le voci limpide e perfette lasciamole ai talent del cazzo. La parte conclusiva della canzone è un coro meraviglioso che Waters ci invita a cantare: welcome, welcome, welcome to the machine. E io lo vedo bene, vedo le sue labbra muoversi. A Bologna ero troppo lontano per vederlo bene, se non dallo schermo su cui ogni tanto Waters viene proiettato.

Le tre canzoni successive sono del suo nuovo album. Déjà Vu, il cui riff ricorda vagamente quello di Wish You Were Here, è una canzone contro la guerra, dove Waters si chiede cosa farebbe se fosse Dio. Una canzone che si avvicina molto nei temi alla bellissima In any Tongue di Gilmour, l’unica che mi ha davvero colpito del suo ultimo album.

La guerra, insieme alla miseria e alla povertà conducono le persone a fuggire. Salvini dovrebbe capire che non si scappa solo dalla guerra. The Last Refugee è una dedica a chi fugge, a chi cerca una vita migliore, una nuova speranza, perché ormai ha perso tutto e non ha paura di perdere la propria vita.

Adesso è il turno dell’aggressiva e violenta Picture That in cui Waters si scaglia contro i politici (non sarà l’unica volta in cui lo farà). Leader politici senza un cazzo di cervello: no fucking brains, dice la canzone.

Dopo una sana introduzione al tema principale del concerto: l’invettiva politica, sociale, l’invito a resistere e a combattere, i toni tornano più dolci e romantici quando le chitarre di Dave Kilminster e Jonathan Wilson introducono la canzone acustica più famosa della storia della musica, ossia l’intramontabile Wish You Were Here, nata per omaggiare il Diamante Pazzo dei Pink Floyd, Syd Barret. Grande assente del concerto è Shine on you Crazy Diamond, ma me ne faccio una ragione, perché altrimenti dovrebbero suonarle proprio tutte per soddisfarmi.

Il concerto si appresta all’intervallo, ma prima è necessario urlare al mondo la rabbia dei giovani verso l’indifferenza che la scuola nutre verso i loro sentimenti e i loro sogni: è il turno di The Happiest Days in our Lives, Another Brick in the Wall part II e Another Brick in the Wall part III, un inno alla libertà, alla resistenza. Non per niente Waters, in ogni data, invita a ballare alcuni ragazzi incappucciati di nero e vestiti con la divisa arancione delle prigioni statunitensi che all’inizio dell’assolo di Another Brick part II viene strappata, lasciando spazio ad un abbigliamento costituito da una maglietta nera con una scritta bianca: resist. I ragazzi iniziano a ballare liberamente sulle note dell’assolo. Alla conclusione di Another Brick part III una scritta grande, immensa, appare sullo schermo la parola che è già presente nelle magliette dei ragazzi. RESIST.

Waters lascia il pubblico con questo messaggio, mentre durante l’intervallo veniamo invitati da alcune scritte, che appaiono sullo schermo, a resistere alla guerra, a Mark Zuckerberg, alle armi, all’antisemitismo, ai fascismi, alla violenza della polizia, alla violenza di Israele contro la Palestina, all’inquinamento ambientale, a Putin, a Le Pen, ai potenti, ai cani.

Qui entra in gioco il mio eroe, ovvero lo steward che stava oltre le transenne. Sono disidratato, la calca mi toglie il fiato, sento caldo e mi sento svenire. Ho molta sete. Con la coda dell’occhio scorgo lo steward distribuire alcune bottigliette, sebbene non sia tenuto a farlo, allungo pertanto la mano e me ne porge una. Senza questa non resisterei alla seconda parte dello show. Io non so chi sei, non so come ti chiami, non so se ascolti Gigi D’Alessio o se tifi inter, ma sappi che ti sarò per sempre grato per il tuo gesto umano. Davvero, non sono ironico, non lo dimenticherò mai. Ne avevo proprio bisogno.

La scritta “Dogs” sancisce l’inizio della seconda parte. Una sirena nucleare inizia a mettere timore e paura, mentre come d’incanto iniziano a elevarsi al di sopra dello schermo le quattro ciminiere della Battersea Power Station della copertina di Animals. Chiamatelo solo concerto, se avete il coraggio. Provate a dirmi che si tratta di un normale concerto musicale e giuro che… La Battersea è apparsa magicamente sullo schermo, insieme alle quattro ciminiere e un maialino rosa che vola tra le prime due. La chitarra acustica introduce la magnifica suite Dogs e inizia la parte del concerto che chiamerei lotta socio-politica. D’altronde Animals è ispirato alla Fattoria degli Animali di Orwell. E proprio di animali, in particolare di maiali, si travestono i musicisti, durante l’intermezzo psichedelico della canzone: maiali che iniziano a bere champagne. Waters è il capo: inveisce contro il pubblico, mentre si gusta il suo champagne. Che scena meravigliosa. Andate a guadarla su Youtube. Guardatevi tutto il concerto su Youtube, per l’amor del cielo.

È giunto il momento di sfogare la sua rabbia, inveendo contro un uomo in particolare, un uomo che rappresenta in tutto e per tutto la piccolezza della lotta politica di questi anni, l’ignoranza degli uomini politici, la loro esuberanza e brutalità, la loro drammaticità che rasenta un nuovo fascismo: Donald Trump, in Pigs (Three Different Ones). Egli è rappresentato in mille modi sullo schermo, chiaramente in modo ironico. Eppure il pubblico viene attirato da quello che è diventato un’icona classica dei Floyd: il maialino Algie, che viene fatto sorvolare sul pubblico; esso è rivestito da frasi e simboli, ma su tutte, vi è una frase principale: restiamo umani, scritta su un fianco del maiale. Nella parte finale della canzone vengono riportate tutte le frasi celebri di Trump, che lo hanno reso protagonista di una campagna elettorale violenta. Alla fine una scritta in italiano, grande: TRUMP È UN MAIALE. La tocca piano Waters, ma a lui non importa se viene criticato o insultato: la pensa così e non ha paura di dire la sua. E sono d’accordo con lui.

Se per caso qualche amichevole amico fan dei Pink Floyd sostenitore della destra (?) avesse resistito stringendo i denti a questa invettiva politica, dovrà ancora tenere duro o arrendersi, perché in Money, Waters decide di colpire i maggiori politici e istituzioni del mondo: Putin, Macron, Le Pen, i nostri Berlusconi e Salvini, eccetera. Dopotutto, la canzone dice Money, it’s crime, no?

Adesso i toni e le immagini si fanno più drammatiche, a tal punto che una ragazza alle mie spalle inizia a piangere, quando un primissimo piano mostra gli occhi di una giovane profuga che piange. Us and Them è un inno contro la guerra, caratterizzata da gente che viene mandata a morire senza motivo. Noi e loro contro, ma per cosa? Le solite differenze create per governarci. Il sax della canzone è struggente e commovente, un suono etereo, che richiama il pianto della gente che muore per la guerra, per la miseria, per la povertà. Noi e loro, che dopotutto siamo uguali. Siamo umani.

Con Smell the Roses, canzone del suo ultimo album, Waters ci invita a svegliarci (wake up), per respirare il profumo delle rose; ma particolarmente struggente è la parte in cui Waters si finge incatenato, mentre le coriste intonano il lamento arabeggiante che aveva accompagnato l’opening del concerto e immagini di dolore scorrono sullo schermo.

Come un climax poetico, questa fase del concerto si conclude con la fantastica accoppiata Brain Damage ed Eclipse, durante le quali le emozioni mi investono con immagini del mio passato, del mio presente e del mio futuro: the lunatic is in my head. Non posso che rimanere a bocca aperta come tanti altri quando all’inizio di Eclipse un prisma gigante, creato con i laser e il fumo, appare sopra le nostre teste. A Bologna lo vidi dall’esterno, in tutta la sua magnificenza, ma oggi ci sono dentro, cazzo. Sono dentro il prisma di Dark Side of the Moon. Chiamatelo semplicemente concerto.

La conclusione perfetta per la parte che ho definito lotta socio-politica. Però prima di suonare le ultime due canzoni, è momento di parlare col pubblico e di presentare la band. Waters si intrattiene più del solito questa sera, prima mandando a fanculo (“fuck you”) coloro i quali lo accusano di fare troppa politica: egli, infatti, sostiene che l’attività politica sia fondamentale nella vita dell’essere umano, e come dargli torto. E poi, guarda un po’, ringrazia Palermo e la Sicilia per qualcosa che ha a che fare con la Palestina (forse l’invio di medicinali a Gaza). Non dimenticherò mai il modo in cui dice “Palermo”.

Mother, la canzone di The Wall in cui Waters parla con la madre, fa da introduzione a quella che forse è la canzone dei Pink Floyd per eccellenza, la meravigliosa, sublime, poetica Comfortably Numb, la bimba contesa da Waters e Gilmour su cui entrambi sono d’accordo: questa canzone è la conclusione perfetta dei nostri concerti. Non a caso, direi, dato che essa contiene l’assolo di chitarra più affascinante ed elegante della storia della musica. La perfetta conclusione di qualunque storia, di qualunque odissea, di qualunque viaggio umano. La canzone che più di tutti è tatuata nel mio cuore, una canzone sacra e inviolabile le cui parole vengono cantate da tutto il pubblico. Tuttavia non riesco a godere dell’assolo finale, perché, come già sapevo, Waters è solito scendere dal palco e stringere la mano al pubblico. Non ero l’unico a saperlo, dato che tutte le prime file si gettano a ridosso della transenna, creando una calca irrespirabile. Waters mi passa ad un metro, per una frazione di secondo che non scorderò mai. Non gli stringo la mano, perché la sua guardia del corpo gli vieta di avere un contatto con il pubblico (Battiato si ruppe il femore per stringere la mano al pubblico), ma quel lasso di tempo in cui mi passa davanti sarà indelebile nella mia memoria, come tutto il concerto. Grazie, Roger Waters. Grazie, Pink Floyd.

E in conclusione – lo voglio ribadire – qualora non si fosse capito. Il concerto di Waters, anzi gli ultimi due concerti di Waters: The Wall e Us and Them, non sono dei semplici concerti. Se li definissi semplicemente concerti rock, starei arrecando una gravissima offesa a Waters. Questi infatti sono spettacoli incredibili che abbracciano musica, teatro e cinema: i bambini che ballano, il maiale e la sfera volante, la Battersea, le immagini e i video sullo schermo non lo rendono un semplice concerto. Un’esperienza di Rock ‘n’ Theatre, come mi piace definire questo genere di spettacoli.

Ciao Roger, ci vedremo sul lato oscuro della luna.

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