“I Pilastri del Tindari_1 ” di Enrico Palumbo

I PILASTRI DEL TINDARI _1

RACCONTO A PUNTATE 

La musica risuonava insistente al locale, i subwoofer buttavano fuori l’aria, al punto tale da far svolazzare i vestitini delle ragazze che ballavano lì vicino, sulle note dei più noti tormentoni estivi. Il dj armeggiava euforico sulla consolle, timoniere di quelle ore, trascorse senza pensare a nulla. E come da millenni anche in quella discoteca sul mare andavano avanti i rituali dell’accoppiamento. Era un borgo di mare, un piccolo borgo di mare sulla costa della Grande Isola, d’inverno deserto, con poche anime, per lo più pescatori e anziani in cerca di calma dopo una vita di tormenti, d’estate invece, frotte di giovani si precipitavano nel paese, attirati dalla movida di un villaggio turistico lì presente.

La brezza calda di agosto rompeva a tratti la calma assoluta del santuario nero. Inerpicato sulla montagna a strapiombo sul mare, a strapiombo sulla mondanità. I monaci a volte si affacciavano dalle balaustre del santuario, e guardavano di sotto. Alcuni provavano vertigini, altri voglia di volare. Ritirati sull’altura vivevano una vita di silenzio e di mistero, molti di loro avevano vissuto una o più vite prima di giungere a quella, ormai definitiva. Un blocco di roccia primigenio ospitava le fondamenta del nuovo santuario, costruito soltanto in tempi recenti. Soltanto i monaci più anziani conoscevano le antichissime origini di quelle pietre nere, antiche a tal punto da perdersi nella notte dei tempi, quando ancora i figli degli Achei non avevano osato mettere piede in terra sicana. Di notte a volte nel silenzio del sonno cosmico si udivano strani suoni e gli occhi vissuti dei più anziani si incrociavano a vicenda in un reciproco assenso, ai più giovani dicevano che era il vento a provocare quel rumore, da giovani a loro volta avevano udito le stesse parole dai più anziani. Era  la notte buia del Tindari, e a giudicare da là sopra, mai avresti potuto immaginare che quella rocca, era parte del mondo di sotto. Ma quella  notte, quei suoni si erano fatti più intensi, e il terrore che comunicavano in chi li udiva era diventato insopportabile.

Un gruppo di monaci, tra  i più anziani, decise di sfidare quell’ignoto a cui però avevano dato un nome, e osò scendere di sotto. L’Accordo, lo chiamavano. Era stato siglato centinaia di anni prima, e le clausole venivano tramandate di generazione in generazione dagli abitanti del monastero. Giù al paese nessuno, neanche le vecchie che armeggiavano con aglio e incenso, sapevano dell’Accordo. “Sono i fantasmi delle amanti dei monaci” dicevano,  li chiamavano fantasmi, ma quei quattro monaci avrebbero venduto la pelle, pur di tramutare quella orrenda realtà in semplici e banali fantasmi. Dopo essere scesi nei sotterranei, la torcia che avevano portato cadde a terra.  Qualche istante dopo, un tonfo e alcune urla strozzate. E poi silenzio. La luce cristallina dei Suoi capelli lasciò una scia cianotica nelle oscure gallerie, mentre uno strano ronzio aleggiava nella compressa atmosfera dei sotterranei. Attraverso il vento blasfemo che soffiava in quelle gallerie, Lei emanava un profumo paradisiaco, capace di incantare rovinosamente chiunque si fosse avvicinato al suo cospetto.

La luna ancora rossastra, faceva adesso capolinea tra le rade nubi, adesso veniva invece oscurata nuovamente e si nascondeva, presa dalla timidezza, in un velo di vapori. Antonio era ancora a casa, quella sera non aveva voglia di uscire, di andare alla serata. La vecchia porta scricchiolò in maniera stridula, aprendosi. Silenzio, un’ombra si manifestò appena dietro lo stipite. Antonio era disteso sul letto, sonnecchiava. La porta si aprì ulteriormente, qualche rumore si udí, subito sopito da un artificiale silenzio. Dallo stato di dormiveglia in cui si trovava, si svegliò di soprassalto sobbalzando. “Amunì, Antò, alzati e vieni anche tu”. Erano i suoi amici, ed erano diretti alla serata, come tutti gli altri ragazzi del villaggio. Alla fine Antonio si convinse e andò con loro. Si lasciarono alla spalle la consumata porta di legno marino, e si avviarono verso la spiaggia. Fiaccole e falò popolavano la spiaggia, e rivoli di fumo si innalzavano al cielo. Adesso la luna si era nuovamente fatta vedere, accesa in tutto il suo pallido rossore. La martellante musica della discoteca sovrastava i numerosi altoparlanti portatili dei gruppi di ragazzi sulla spiaggia. Lo sguardo di Antonio si perdeva sulla distesa di sabbia che terminava con il nero mare, che la luna, splendendo, tingeva di un pallido riverbero di luce. Entrarono dentro il locale, e buttarono giù alcuni shot di amaro. Poi a un certo punto si diressero verso la pista, dove alcune ragazze stavano ballando, Antonio lasciandosi alle spalle una nuvola di fumo e strobo ebbe un capogiro, come stordito da quel caos, stava per venir meno, quando osservò fuori dalla discoteca

“Ragazzi, ma se andassimo un po’ in spiaggia a vedere che aria tira?

L’allarme era ormai stata dato su al santuario, i quattro monaci non tornavano, e soltanto loro sapevano dell’Accordo. Avevano detto agli altri che sarebbero scesi un attimo nella chiesetta sotterranea, ma il loro ritardo di ormai tre ore era diventato inspiegabile, un custode venne inviato a controllare. I gradini umidi e coperti di muffa scendendo diventavano sempre più scivolosi e ripidi, a un certo punto fu costretto a procedere a tentoni, come guida aveva unicamente la luce della torcia. Il percorso andava sempre più giù sotto le fondamenta dell’enorme santuario. In realtà nessuno nel paese sapeva che le scale scendevano così in profondità, neanche il custode, che più andava giù, più rimaneva incredulo e intimorito. A un certo punto il fascio di luce si fermò su una piccola porta di legno, consumata dal tempo. Il custode la aprì e ne trovò un’altra, e così via per diverse decine di metri. Si sentì venir meno, provò a urlare i nomi dei monaci, ma ricevette in risposta soltanto il miserabile eco della sua voce. Ripensò al di sopra, forse non l’avrebbe mai più rivisto, poco prima di scendere verso l’inferno aveva udito vagamente la musica proveniente dalla discoteca e aveva sospirato, quanto avrebbe voluto essere lí, con i suoi amici. Quel posto di custode era un modo per fare qualche soldo per pagarsi l’università. Scosse di terrore attraversavano la sua spina dorsale mentre apriva le porte che trovava sul sentiero. Diede uno sguardo furtivo al cellulare, dava segnale zero, prima aveva ricevuto una foto di gruppo inviata dalla sua ragazza e il messaggio, “ti aspettiamo amore”. Ebbe un sussulto. Le oltre cento porte terminarono in un enorme portale di granito rosso con delle incisioni incomprensibili di sopra. In quel punto si trovava a oltre cento cinquanta metri sottoterra, nel profondo del costone roccioso che sormonta i paradisiaci laghetti di Marinello. Sul portale due piccoli fori, il custode si accostò ad uno per vedere al suo interno. Una sostanza cerulea lo ostruiva. Il suo viso dopo aver eliminato l’impedimento avrebbe potuto manifestare tutto il terrore che lo pervase in quell’istante, se non fosse venuto meno, e se la torcia non fosse caduta rovinosamente a terra spegnendosi e rendendo la galleria totalmente buia, percorsa soltanto da un fascio di luce sottilissima. I suoi occhi avevano infatti visto all’interno del portale di granito. Luce rossa e una grotta immensa, apparentemente vuota, poi degli occhi cianotici di fronte ai suoi che lo fissavano intensamente. E poi finalmente buio.

“Ma che fa Stefano stasera, perché non è venuto?”

“È su, al Tindari, poveraccio, sta lavorando”

“Ma chi gliel’ha fatto fare ad accettare quel lavoro di merda, una noia mortale”

“Io gliel’ho detto di venire a lavorare con me alla pizzeria, ma lì lo pagano meglio”

Erano usciti dalla discoteca, troppo caos. Lo sguardo di Antonio e dei suoi amici si era diretto verso un falò isolato rispetto agli altri, si sedettero non lontano da lì, volevano solo vedere chi fosse quella gente. Erano due ragazzi e due ragazze, vestiti in stile anni sessanta. Portavano occhiali da sole tondi e scuri, le ragazze jeans a zampa di elefante, una di loro portava sulla  sommità dei capelli una corona di fiori. Fumavano tutti e quattro, e davano l’impressione di essere più sulle nuvole che sulla terra. Tuttavia sembravano persone interessati, di quelle che hanno qualcosa da raccontare. Decisero di provare ad entrare in contatto, Antonio fece da apripista.

“ehi ragazzi, avete da accendere?”

I ragazzi non risposero e rimasero impassibili, Antonio rifece la domanda senza imbarazzo, fu allora che uno dei ragazzi uscì dalla tasca della camicia un accendino e lo porse ad Antonio, che ringraziò. Non soddisfatto continuò, “proprio una bella serata eh!” Nessuno di loro rispose, una delle ragazze si limitò ad alzare la testa come per osservarlo meglio, per poi tornare nella posizione di prima.

“Antonio, andiamocene, non mi piacciono questi qui, magari sono sbirri in borghese”

“ma dai, sbirri versione hippie anni sessanta, che fumano con delle ragazze davanti a un falò, che tra l’altro ormai è pure illegale… Senti a me questi incuriosiscono, ma poi hai visto le tipe… Dai, rimani anche tu che tanto poi te ne pentiresti.”

Gli altri amici tornarono al locale, Mario rimase con Antonio, si sedettero sulla battigia, non lontano dal falò. Facendo finta di niente, si misero a lanciare sassi in acqua, finchè non udirono alle loro spalle qualcuno che li stava chiamando.

Era uno dei ragazzi del misterioso falò, li invitava ad unirsi a loro. Le parole uscivano pigre dalla sua bocca contornata da una barba non coltivata. Parlava con un leggero accento palermitano e aveva un’aria vissuta. Antonio si presentò ma ottenne soltanto un silenzio. Adesso i ragazzi avevano smesso di fumare. Uno di loro prese all’improvviso Antonio per il bracco e gli sussurrò. “Vai via finchè puoi, qui non troverai niente di buono”, ma l’altro lo bloccò e si consultò all’orecchio con le due ragazze. Dopo qualche istante invitarono Antonio ed il suo amico a sedersi con loro, erano cambiati, e apparivano più gentili e meno enigmatici. Ma le ragazze continuavano a non dire una parola, e il loro silenzio appariva estremamente inquietante, tanto più che gli occhiali che portavano non rivelavano l’espressione del viso. Le loro figure da vicino apparivano del tutto surreali, erano completamente diversi per abbigliamento e atteggiamenti, dagli altri ragazzi presenti sulla spiaggia. Le movenze delle ragazze peraltro, erano sinuose e del tutto fuori dal comune, si scambiavano a vicenda parole furtive in una lingua che sembrava sconosciuta. Entrambe portavano al collo uno strano ciondolo. Antonio iniziava ad avere paura, si voltò per incontrare lo sguardo di Mario, più inquieto del suo, gli fece cenno che era il caso di togliere il disturbo.

“ragazzi, noi torniamo al locale, è stato un piacere”

Uno dei ragazzi lo osservò, la ragazza con la coroncina in testa lo fulminò con lo sguardo. Aveva finalmente tolto quegli occhiali, i suoi occhi erano blu, caldo e gelido al tempo stesso. Antonio e suo amico provarono ad alzarsi, ma la ragazza adesso li fissava sempre più intensamente, il suo potere persuasivo era incommensurabile. Antonio ne rimase avvinto, Mario riuscì a fuggire verso il locale. L’altra ragazza che sedeva con loro tolse anche lei gli scuri occhiali.

“Guarda Antonio, guarda verso il mare”

Ormai  avvinto da quella potenza terribile e invincibile, Antonio si voltò a destra, e lo vide. Poco prima era scuro, calmo e le onde si infrangevano soavi sulla battigia, ma adesso ai suoi occhi appariva agitato, mostruoso, orrido. Era rosso, come il sangue, o come la Luna durante l’eclissi, e le onde apparivano  tremendamente impetuose, sembravano quasi venire minacciose verso di lui, ma poi qualcosa di sovrannaturale lo impediva. E la musica, il brusio circostante si era fatto sempre più lontano, il rumore delle onde sovrastava ogni altra onda sonora. Antonio voleva che quella specie di allucinazione finisse, adesso aveva davvero paura. Il suo pensiero andò a quella roba che stavano fumando, doveva aver respirato senza accorgersene, qualcosa che gli aveva fatto andare in tilt il cervello. Iniziò ad udire un sibilo, dapprima molto flebile, poi via via sempre più fastidioso, che giunse a coprire ogni altro suono. Le fondamenta della terra stavano vacillando, tutta l’isola stava vacillando nella sua mente, quale follia, blasfema e orribile, stava accadendo e Antonio non riusciva a spiegarselo. A un tratto il suo sguardo si volse verso il santuario. La roccia millenaria si andava aprendo, come un vecchio portone ormai saturo di segreti, e il santuario adesso era sospeso nel nulla. Vortici di energia si levavano dallo squarcio, quando si diradavano lasciavano alla vista terribili immagini. Palazzi di granito sorgevano e si distruggevano nel giro di pochi istanti, ed enormi occhi si innalzavano in cielo fissando la spiaggia. La terribile visione scosse la mente ormai provata del ragazzo, dopo aver avuto diversi capogiri, venne meno, rovinando a faccia in giù sulla sabbia carica di umidità.

Aveva lentamente ripreso a respirare con regolarità, a tentoni cercò la torcia, funzionava ancora anche se la luce si era fatta più debole. Non ci pensò due volte, si lasciò alle spalle le misteriose porte, e iniziò la salita. La paura e la brama di tornare in superficie gli facevano percorrere due gradini per volta, osservò per un attimo il cellulare, la ricezione stava riprendendo, le notifiche iniziarono ad arrivare “amore ho fatto un brutto sogno, tu eri in pericolo, rispondimi appena puoi, ciao”. Stefano sorrise e pensò a quando l’avrebbe riabbracciata. Nella salita la torcia illuminò un gradino che  si trovava più in alto, il suo sguardo si posò su un’incisione che sembrava consumata dal tempo. La osservò per qualche istante e continuò la salita verso  la luce senza darle particolare peso. Quando fu su, le prime luci dell’alba offrivano una maestosa vista su tutta la costa, tirò un sospiro di sollievo e iniziò  la discesa verso il paese. In quei umidi gradini v’era scritto in una lingua sconosciuta e poi in greco “Κόκαλος”. 

Continua…

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