“I pilastri del Tindari_2” di Enrico Palumbo

LA SECONDA PUNTATA DEL RACCONTO “I PILASTRI DEL TINDARI”. IN QUESTO BLOG POTRETE TROVARE LA PRIMA. BUONA LETTURA!

Uno strano mistero sconvolge la vita di alcuni ragazzi in vacanza in un borgo turistico della Sicilia. Visioni quasi psichedeliche si alternano a una verità sconosciuta e a lungo celata, che sembra stia iniziando ad uscire allo scoperto...

La piscina era strapiena di gente che faceva aquagym, mentre dalle casse dell’animazione risuonavano i soliti tormentoni estivi. Il sole era allo Zenith, e ardeva in tutto il suo vigore. Antonio raggiunse gli altri del gruppo che erano stravaccati nelle sedie del bar.

“Compá ma che hai fatto ieri, Giulia mi ha detto che ti hanno visto parlare da solo e poi sei svenuto, ma che ti sei fumato?”
“Cosa è successo, perché parlavi da solo e ti agitavi come un tossico in overdose?”
L’avevano visto in molti la sera prima nella spiaggia adiacente al locale.
“Ragazzi, io vi giuro, potete non credermi, potete dire che sono un tossico, ma io non fumo e non mi drogo, e non penso proprio che uno shot di un classicissimo vodka mi faccia immaginare di vedere quattro tizi e mi crei allucinazioni tali da vedere cose che fanno accapponare la pelle come quelle che ho avuto la fortuna o sfortuna di vivere. Ma poi c’è Mario, era con me ieri, chiedete pure a lui appena lo incontrate”
“Invece, avete visto quel gran figlio di buona donna di Stefano? Mi deve ancora quei famosi dieci verdoni”
“Ieri era in servizio al Tindari, a proposito avete sentito che è successo? Sono spariti quattro preti di là”
“Minchia sì, ho sentito, compà, uno di loro è tipo un mio zio di secondo grado”
“Cos’è uno zio di secondo grado, un prozio semmai”
“Vabbè si, fa lo stesso, che importa”
“Ecco che arriva Stefano”
“Bella me fra, che si dice?”
“Ciao ragazzi, sono ancora stralunato, ieri mi è successa una cosa troppo assurda al santuario, ero di guardia e si sentivano i soliti rumori inquietanti provenire da sotto, ormai è diventata una cosa allucinante, vi assicuro che da lì sopra fa molta più impressione di quanto crediate, e niente…quattro di quei decrepiti monaci sono scesi per andare a controllare non so che cosa poi, ma non tornavano più, li abbiamo aspettati ma niente, dopo un po il prete ha detto che bisognava andarli a cercare, e ovviamente il fantastico compito spettava a me…lui non è neanche voluto venire.
“figurati, quello ha paura pure della sua ombra…e quindi che è successo dopo di così eclatante?”
“Aspetta, ancora non ho detto niente…fammi continuare e scoprirai!”
“Ragazzi, ecco che arriva Mario, vai Antonio, ora hai un testimone”
“Ciao Mario, ehi ehi aspettate, fatemi finire e poi dite quello che dovete dire, ascolta anche tu, tanto ho appena iniziato…allora stavo dicendo, sono sceso sotto la chiesa principale e a un certo punto ho notato qualcosa di strano, cioè quel percorso l’avrò fatto decine di volte come potete immaginare, ma ieri era fottutamente tetro e strano. C’era come un sottofondo di suoni mai sentiti prima, e mi sono detto, bene siamo in un film horror…
“Ieri sono successe cose strane, stavo proprio dicendo agli altri che mi è capitata una cosa assurda”
“Picciotti, ero con Antonio e ve lo garantisco, quei tizi che abbiamo incontrato erano strani, secondo me fumavano roba sofisticata, dovevano essere tipo turisti stranieri magari wicca o massoni”
“che cacchio dici Mario, wicca! Wicca in provincia di Messina…”
“ragazzi, Mario potrebbe avere ragione, io sono come rimasto incantato, non so, una sensazione stranissima, e poi sono svenuto…”
“Anche io sono svenuto, se mi fate continuare ve lo spiego…appena sono sceso ho iniziato a chiamare i nomi di quei monaci maledetti, e nel frattempo scendevo, scendevo…le scale iniziavano ad avere un aspetto oscuro, come se fossero lì da un sacco di anni, e poi, poi ho iniziato ad avere davvero paura…incontro una porta, e dico, che minchia ci fa una porta qui sotto, cosa c’è il regno di Narnia…la apro e a pochi centimetri, un’altra e non so per quanti metri ho aperto porte con il cuore che batteva a mille in maniera allucinante, manco se fossi stato inseguito da una gang di narcos di notte a Caracas.
“Sembra quasi che tu ci stia prendendo in giro, oppure che eri totalmente fatto e hai avuto una specie di allucinazione, guarda che capitano cose di questo genere”
“Aspetta fra, intanto io manco fumo, poi senti il resto…a un certo punto mi vedo spuntare una porta tipo di pietra o granito non so, e ‘sta porta aveva una specie di foro da cui usciva una luce rossa, guardo attraverso, ormai ero in balia del terrore, sembrava un racconto horror, un thriller di Dario Argento, o non so cosa…guardo dentro sto foro e mi vedo degli occhi blu che mi fissano, allora non ci ho capito più niente e credo che sono svenuto, avrò battuto la schiena, mi fa ancora male…io non so cosa dire, so soltanto che non è stata un’allucinazione ragazzi, non avrei avuto motivo di averne, e non vi sto prendendo in giro, perché non avrebbe senso farlo. Di ‘sta cosa non ne ho parlato con nessuno, forse andrebbe detto alla polizia, davvero è tutto così assurdo…
“pazzesco, è come se ci fosse un collegamento tra quello che è successo a te e quello che è capitato a me ieri sera…e i monaci li hanno più ritrovati?
“No, non se ne è saputo niente ancora, probabilmente qualcuno scenderà lì a cercarli e scopriranno quello che c’è da scoprire… boh, tutta questa storia sembra uscita da una serie tv americana…ad ogni modo sicuramente ne sentiremo parlare nei prossimi giorni.
“E di’ un po’, stasera con quale coraggio vai lì di nuovo a fare la guardia ahahah”
“Il coraggio credo che me lo fornirà l’assegno di fine mese che mi staccheranno quei bravi diavoli , a dopo ragazzi… vado in spiaggia a fare un tuffo”

Non potevano udire, i ragazzi del villaggio, la voce della montagna. Decine di metri di roccia separavano l’incommensurabile realtà, da quella spiaggia, dalle limpide acque del Marinello, dagli allegri vialetti del residence, in quel periodo zeppo di villeggianti. Non si udivano le grida d’esulto allo scoccare della mezzanotte a Ferragosto, né i fuochi che illuminavano la notte chiara, ammansita dalla luce della luna. E un peso incommensurabile, grava sulle pareti del monte, il peso del mito, della storia, dell’uomo, di riti ancestrali, di racconti, leggende, spiriti e dei. E le nascite volute dagli dei, e le morti, di uomini mitici, vecchi quanto la storia dell’Uomo. Siamo soltanto l’ultima ramificazione, la più piccola delle profonde radici della vita.

Antonio passeggiava sulla spiaggia, faceva caldo, erano appena le quattro del pomeriggio, oltrepassò la spiaggia del residence, con i suoi ombrelloni, le sue sdraio, i lettini ordinati e simmetrici, e giunse alla spiaggia libera, dove decine di ombrelloni sparsi quá e lá si stagliavano sulla sabbia bionda e ardente. Gruppi di ragazzi giocavano a pallone, i Super Santos volavano liberi, Antonio camminando osservava distrattamente le traiettorie, e intanto scrutava la spiaggia cercando Chiara, una ragazza del paese che aveva conosciuto ad un concerto e che adesso si apprestava ad incontrare. Ma non riusciva ad individuarla, mise mano al telefono per contattarla, ma fu interrotto da qualcosa di inaspettato.
“Giovane! Giovane! Una mano per favore”
Un vecchio lo stava chiamando dal marciapiede, era carico di buste della spesa, aveva la voce rotta dall’affanno e dalla stanchezza, l’aspetto era trasandato, aveva uno strano accento nordico e i capelli erano tinti di un nero corvino pietosamente artificiale.
“Ti prego, dammi una mano a portare questi sacchi, sto svenendo…ho la pressione a duemila, mi sento morire”
Antonio lo rassicurò, prese tutta la roba del vecchio e con calma gli chiese dove abitasse. Di colpo il pensiero della tipa che doveva incontrare fu stravolto da uno più impellente.
“Se non fossi arrivato tu sarei morto…mia moglie è morta, sei mesi fa, vivo solo, campo con quattrocento euro al mese, non mi bastano neanche per mangiare, neanche per comprare le medicine, non ha più senso vivere senza di lei, senza la mia metà…tu conosci il mito della mela di Platone ragazzo? “
Parlava a ruota libera, ma con lucidità e cognizione…Antonio lo ascoltava passivamente, rispondendo distrattamente con frasi come “Mi dispiace” o “Deve essere forte, e riuscire a superare anche questo”, oppure “è uno schifo, questo governo purtroppo non fa niente per migliorare le cose”. In realtà non vedeva l’ora di finire con quella seccatura, gettò uno sguardo furtivo sul cellulare, aveva alcuni messaggi ricevuti, ma carico com’era non avrebbe certo potuto rispondere.
“Si, credo di conoscerlo…viene anche citato in Tre uomini e una gamba”
“Ragazzo si narra che un giorno l’uomo era perfetto, perfetto come una mela. Uomo e donna non esistevano, esisteva soltanto un tutt’uno di completezza e perfezione, immagina questa mela rossa e lucente che un giorno viene divisa, recisa con decisione da Zeus per invidia. E così ogni metà incompleta, si mise alla ricerca del suo corrispettivo, della sua anima gemella insomma, e ragazzo mio, ognuno di noi ha la sua anima gemella, e sta a noi, o al destino trovarla. Io per quanto mi riguarda l’ho trovata, ti auguro di riuscire altrettanto, ricorda che la compagna della vita va scelta con attenzione, le donne sono la cosa più bella che esiste, perché ci fanno dimenticare di tutti i mali del mondo, le donne anzi a mio parere sono persino superiori rispetto all’uomo, e la prova è che molte cose che facciamo anche inconsapevolmente, sono proprio per farci notare da loro, o per risultare attraenti ai loro occhi…dimmi, perché sei uscito oggi?”
Era esausto, quella roba iniziava a pesare parecchio, si chiedeva come diavolo avesse fatto quel vecchio a portarla, e da dove venisse. Era quasi un personaggio surreale uscito da chissà dove. In più parlava a ruota libera, e sembrava anche colto, nonostante l’aspetto fosse misero.
“Di là per casa sua? Comunque credo che il suo discorso non faccia una piega, sono uscito proprio per incontrare una ragazza”
“Quel portone a destra, dimmi il tuo nome, sei una delle ultime persone che incontrerò”
“Altro che palestra, ogni giorno questo esercizio e divento Swartznegger”
“Ntoni, anzi Ndoni come si dice da queste parti, tu da quant’è che vieni qui ad Oliveri?”
“Praticamente da sempre”
“E voi ragazzi lo sapete che Oliveri è un posto particolare, tu ci sei mai salito al Tindari?”
Al pronunciare di quelle parole la mente di Antonio sobbalzò, una scarica di adrenalina si diffuse in tutto il corpo, appena il midollo ebbe terminato il suo compito, la mente fu subito invasa da ragionamenti e intuizioni, dalle più semplici e banali, alle più folli
“Allora, ci sei mai salito lì sopra?” il vecchio incalzò con la domanda
“Ssi…si ci sono stato diverse volte, perché cosa c’è di così particolare lì?
“Cosa c’è di particolare!” Il vecchio rise sonoramente. “Senti Ndoni, io vengo qui da una vita, mia madre era di qui, e venivamo a fare le vacanze in Sicilia ogni anno…vedi questa casa, è una delle più antiche del paese. Ma non è questo il punto…io qui ci ho passato tutta la mia infanzia e giovinezza, e conosco questo posto in ogni suo anfratto, sopra sotto, tutto, conosco tutto. E da giovani eravamo tutti curiosi, minchia adesso c’ho più di ottant’anni e curioso lo sono ancora di più, e ci andrei pure in ginocchio sui ceci là sopra, ma ste gambe, sto cuore non la pensano altrettanto, anche se la mente li sprona come un auriga con il suo carro. Il santuario prima non era cosí come lo vedi oggi, quando ero giovane io c’era ancora il vecchio edificio, su cui sopra è stato costruito il nuovo. E quindi da ragazzi ci andavamo sempre, ma mica in macchina o con il motorino come fate voi, no…ci andavamo a piedi, seguendo il vecchio sentiero, che oggi alcuni fanno giusto per fare quattro passi in campagna…eravamo attratti da quel posto così strano perché correvano voci di tutti i tipi sul santuario, sui monaci che vi abitavano, erano strana gente e ogni volta che ci andavamo ci guardavano circospetti. Una mattina come tante altre salimmo lì sopra e ci prendemmo una granita, pure con la brioche, lo ricordo ancora. Eravamo seduti al bar quando vedemmo una bellissima signorina uscire dal santuario, che c’aveva degli occhi blu, profondi e belli come il mare, come le gemme, non so neanche a che cosa paragonarli, una musa era, non una donna. Poi pensa noi abituati alle donne di quá, pensa quanto poteva essere diversa. Io e il mio amico non ci pensiamo due volte, la chiamiamo e lei si volta, ci guarda e va via. Chiedemmo in giro di quella strana presenza, chi diavolo poteva essere mai, una turista magari, di certo non una del posto, capelli biondi, lucenti, occhi blu.. Ma nessuno sembrava saperne niente, alcuni dicevano, sarà un angelo, un’apparizione celeste, un fantasma di una suora, di tutto ho sentito. Finché un giorno non la rividi, ero con la mia famiglia a messa al santuario e siccome mi annoiavo, ero uscito un attimo fuori. Lei era seduta sulle scale dell’entrata principale. Allora cercai di attaccare bottone, e ci riuscii anche, se ci ripenso ahi ahi, se ci ripenso”
Antonio ascoltava quasi incantato, ormai il pensiero dell’impegno con quella ragazza era del tutto svanito dalla sua mente, e i messaggi si accumulavano sul suo cellulare. Era quasi convinto che ci fosse un collegamento tra la storia del vecchio e quello che aveva vissuto la sera prima. La voce del vecchio all’inizio era stanca e affannata, ma più parlava più diventava limpida ed entusiasta
“Non avrei mai immaginato che mi sarebbe accaduto quel che mi accadde. Mi presentai alla ragazza chiedendo se fosse del luogo. Mi rispose con una voce cristallina, che mi avvinse catturandomi a se…mentre il suo sguardo magnetico faceva il resto, mi sentivo totalmente in balia sua. Mi rispose dicendo che veniva dal santuario…io non capii e le chiesi spiegazioni. Allora lei mi prese delicatamente per mano ed entrammo insieme dentro il santuario, dall’ingresso minore. Ah se ci fossero stati i miei amici lì con me…e poi vidi cose che neanche voglio raccontare, so soltanto che quella fu l’ultima estate che trascorsi qui ad Oliveri. Tornai poi con mia moglie, soltanto in età matura. Ma io adesso sono giunto alla fine di questa fantastica vita e giá da tempo ho iniziato a tirarne le somme. Quell’evento fu la cosa più sensazionale della mia vita, e ho provveduto a scriverne un resoconto, estremamente dettagliato, includendovi anche alcune mie conoscenze e considerazioni personali ”
Estrasse dalla tasca della camicia una strana busta di piccolo formato e la diede ad Antonio. Adesso la sua voce si era fatta stanca, e l’affanno era ripreso. Inoltre il volto aveva ripreso ad essere corrugato come prima. Tieni Antonio, non ti conosco, ma al momento mi sembri la persona più adatta per custodire quanto ho da dire. Forse non ci siamo incontrati soltanto per caso, chissà, a volte il destino ci mette del suo. Una sola raccomandazione ti faccio, la busta è tua, non so chi altro conosce ciò che è stato scritto, e non so che impatto avrà sulla gente appena il contenuto verrà rivelato, mi devi soltanto promettere che finché non sarò morto tu non la aprirai, per nessun motivo. Mi devi promettere che non lo farai, davvero. Hai nelle mani un patrimonio di inestimabile valore. Ma se lo aprirai, verrai meno alla promessa. Riesci a mantenerla?
Antonio voleva dirgli che sapeva anche lui qualcosa sul Tindari, e che forse c’era un collegamento tra ciò di cui aveva parlato e gli avvenimenti della sera prima. Fece per aprire bocca ma fu interrotto dal vecchio, che entrò in casa e si apprestò a chiudere la porta. Allora chiese in tutta fretta.
“Ma signore, non so neanche il suo nome, e poi come faccio a sapere quando morirá?”
Il vecchio fece capolinea frettolosamente dalla porta semichiusa e gli sorrise malinconicamente.
“Lo saprai, mio caro, lo saprai senza dubbio. Adesso vado, a presto, Ndoni. Sono felice di averti incontrato.”
La porta si chiuse pesantemente e Antonio, dopo aver custodito nella tasca del costume da bagno la busta, scese dalla palazzina e riprese a sentire le voci e la musica provenire dalla spiaggia.

Quella sera erano stravaccati sulla spiaggia, tormentoni trap e sound chillwave fuoriuscivano dalla cassa portatile. Antonio guardava il Tindari e una sensazione di sublime timore lo prendeva. Che cosa nascondeva quella busta, quale segreto misterioso e rivelatorio conteneva. E soprattutto, per quale motivo doveva aspettare la morte del vecchio per aprirla…le congetture più assurde si erano figurate nella sua mente. Aveva scelto di non parlarne ai suoi amici, tranne che con Stefano, probabilmente era l’unico che avrebbe compreso. L’avrebbe messo al corrente il giorno dopo. La serata terminò con una partita a calcio balilla sotto le stelle. Dopo, Antonio e qualche altro, tornarono in spiaggia con l’intenzione di vedere l’alba, ma il torpore li prese e crollarono uno dopo l’altro per il sonno. La spiaggia era quasi deserta, si poteva scorger ancora qualche gruppo di ragazzi seduti sulla spiaggia. Il mare era calmo e l’infrangersi delle onde sulla riva provocava soltanto un lieve e delicato suono. Una brezza sostenuta portava verso la spiaggia tutta l’umidità del mare. I ragazzi erano coperti dai teli mare, la temperatura si abbassava di notte, lì ad Oliveri. A un certo punto, dovevano essere le quattro passate, Antonio si svegliò di soprassalto mentre tutti gli altri dormivano, il bar di fronte a loro aveva spento da un pezzo anche le ultime luci, adesso si udiva soltanto il dolce suono delle onde, pensò di fare una breve passeggiata sotto la luce della luna, si diresse verso il bar del lido, che ai suoi occhi appariva completamente al buio, quasi tetro nel suo essere illuminato lievemente dalla luce della luna. Pensò a come doveva essere quel lido d’inverno, quando il mare s’ingrossava e inondava con il suo impeto persino la strada del lungomare, e non c’era anima viva, né sulla spiaggia , né al villaggio. Quale senso di desolazione, provò a immaginare se stesso come un viandante avvolto nelle nebbie che osserva imperturbabile la danza violenta degli elementi. E richiamò a se certi echi di pittori romantici. Poi destatosi da tali pensieri, si avvicinò al bar e si diresse verso il wc chimico che era sempre aperto, appena ebbe finito udì degli strani rumori provenire dal retro, accese la torcia del telefono e si sporse dietro il pannello di legno per guardare dietro. Nell’oscurità due corpi femminili, che Antonio riconobbe subito come le strane ragazze della sera prima, consumavano un orribile rituale. Completamente coperte di sangue, con le fauci spalancate invocavano chissà quale divinità, e i loro corpi erano avvinghiati l’uno sull’altro in un empio abbraccio. Lontana dallo spazio e dal tempo quell’immagine andava evolvendosi secondo logiche non razionali. I due corpi avvinghiati adesso erano una cosa sola, Antonio pensò con ribrezzo alla metafora dell’amore raccontata dal vecchio e la confrontò con quanto aveva davanti. Stettero in quella posizione per alcuni secondi, proiettando un’ombra raccapricciante sulla sabbia, poi alzarono gli sguardi verso il cielo, ma a un tratto la torcia del telefono si spense, la batteria era scarica. La visione che aveva davanti scomparve, anche se qualunque mente razionale avrebbe potuto credere che quell’orrida immagine stava continuando, chissà per quanto tempo, occultata nel buio. Tornò di corsa verso i suoi amici, che dormivano tranquilli poco lontano dalla battigia. Il mare era calmo come prima, la luna lo illuminava con il suo fascio di luce. Non avevo avuto il tempo di osservarla nella sua fuga Antonio la luna, ma ad un occhio attento, in quel momento, non sarebbe sfuggito che qualcosa di insolito si era manifestato in quel cielo d’estate. Due lune stavano infatti immobili sulla volta celeste che, sgombra di nubi, regalava ad ogni osservatore una voluttuosa visione sugli insondabili misteri della Via Lattea.

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