“Greta Van Fleet – Successo effimero o futuro concreto?” di Cesare Caccetta

Prima dell’uscita di questo disco tanti erano i punti interrogativi che ruotavano intorno a questo nuovo progetto e in particolar modo alla band che stava per mostrare il suo primo lavoro completo dai tempi di “From the Fires”, considerato fin da subito un EP più che un vero e proprio album.
Ma la prima domanda che sorge spontanea è: cosa possono dirci questi ragazzi nel 2018 con l’esperta voce del Rock? Un genere che secondo molti ha già dato e trasmesso tutto in più di mezzo secolo di musica e che ormai deve lasciare spazio ai nuovi generi per rimanere appeso lì nel posto più alto dell’albo della storia della musica.
Ebbene il quartetto del Michigan non la pensa proprio così, pronti con la loro sfrontatezza a fare da “paladini” a noi amanti del buon vecchio Rock’n’roll. Impresa tanto difficile quanto ambiziosa, soprattutto se nella tua rapidissima ascesa al successo (iniziata col loro primo singolo “Highway Tune”) sei stato spaccato in due dalla critica: chi ti ha etichettato come una spudorata copia dei Led Zeppelin per via della produzione, degli arrangiamenti, scrittura dei brani e sound; chi ripone in te le speranze per la rinascita di un genere che ha un eredità tutt’altro che leggera. Dopo tali premesse arriviamo al sodo.
Il 26 luglio, dopo numerose voci di corridoio, la band pubblica il primo singolo ufficiale del nuovo progetto, intitolato “When the Courtain Falls”, una vera e propria bomba sonora targata blues rock di vecchio stampo che inizia a delineare una notevole crescita artistica della band e faceva solo ben sperare in vista dell’atteso full release.
Il 19 ottobre 2018 esce Anthem of the Peaceful Army, album dalla durata (perfettamente pertinente) di 46 minuti. I Greta Van Fleet suonano alla grande e scrivono bene, senza chissà quale originalità, ma l’energia e una produzione impeccabile fanno la differenza.
I quattro mostrano uno stile molto più “indipendente” e i punti cardine del loro sound sono sicuramente composti dagli elementi del trio dei fratelli Kiszka: in primis Joshua, frontman e cantante, che dimostra di saper interpretare brani di ogni tipo (ballad comprese) con notevole versatilità e vitalità; ragazzo mai discusso per le proprie qualità tecniche, quanto per la presenza degli echi e dell’ombra di un immenso Robert Plant da saper gestire nel migliore dei modi assieme alle altre influenze.
Il secondo gemello, Jake, dimostra tutto il suo talento col suo catalogo di riff e la sua chitarra che spazia fra numerose sonorità: dal puro hard rock al blues, da una psichedelia tipica del prog a un folk anni 60, passando per il southern rock. Il tutto è sorretto e coadiuvato dal basso del terzo gemello, Samuel Kiszka, compatto e dal tone invidiabile, che insieme al batterista Daniel Wagner forma un groove che fornisce una spinta fondamentale in ogni brano.I Greta Van Fleet usano tutte le carte a loro disposizione per trasportarti in un mondo magico in cui si celebra la vita e la pace, con richiami più che ovvi a uno spirito pacifista tipico del movimento hippie: un inno all’unione per la salvezza del mondo, se vogliamo. Argomenti sicuramente non figli del loro tempo, bensì probabile tributo della band alle loro origini musicali negli anni della formazione.
Non sono presenti grandi testi, ma dato lo stile musicale non è necessario che ce ne siano.Tirando le somme, i Greta Van Fleet devono gran parte del loro successo (e/o fortuna) ad un vuoto nostalgico lasciato dal Rock, riuscendoci alla perfezione e con un rinnovato entusiasmo, senza innovare nulla, ma dimostrando di saper riproporre in maniera “nuova” canzoni che sarebbero state successi senza tempo quasi 40 anni fa. Purtroppo per loro la storia l’hanno già fatta molti altri.
Il merito non resta quindi relegato al semplice giudizio musicale, ma anche al fatto che grazie a loro si sta infondendo nuovamente lo spirito del Rock nelle orecchie di nuovi e vecchi ascoltatori, cancellando l’immaginario attuale di questo genere, diventato da un po’ di tempo a questa parte un calendario nel quale c’è sempre qualcosa da ricordare. Spesso più tristemente che altro.
A tal punto si può solo sperare nella crescita di gruppi del genere per far ricredere chiunque sul fatto che anche il più grande passato può avere un glorioso futuro.
Forse aveva davvero ragione quel vecchio volpone di Ozzy: “il Rock non morirà: non siamo ancora finiti”.

TRACKLIST
Age Of Man
The Cold Wind
When The Curtain Falls
Watching Over
LoverLeaver (TakerBeliever)
You’re The One
The New Day
Mountain Of The Sun
Brave New World
Anthem

 

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