“I pilastri del Tindari_3” di Enrico Palumbo

Corona di Luna

L’aurora salutava il nuovo giorno con le sue dita rosate. In spiaggia era calata una brezza fastidiosa che faceva rabbrividire dal freddo Antonio e i suoi amici. Si erano coperti con gli asciugamani da mare, non ce la facevano proprio a tornare a casa, troppo stanchi e impigriti dal torpore per percorrere quelle poche centinaia di metri che separavano la spiaggia dal loro letto. Sono anche queste le bizzarrie che porta il sonno quando ti prende tutto. Erano i primi di agosto, il sole sorgeva verso le cinque e mezza. Si svegliarono uno dopo l’altro a causa della luce, come insolite creature della notte allo spuntar del sole. Avevano sonnecchiato più che dormito. Antonio si sentiva frastornato. Ricordava perfettamente le visioni che aveva vissuto durante la notte. Si chiedeva se si fosse trattato di realtà o di sogno. Si voltò verso il bar, i gestori si stavano preparando pigramente all’apertura del locale. Si avvicinò al posto esatto dove aveva visto quelle cose terribili. Aperta la porta del wc chimico, tutto gli appariva così reale. Era effettivamente stato lì quella notte. Lì, dove le due creature erano sbucate dal nulla. La sua confusione mista ad un crescente sgomento si faceva spazio nella sua mente. I suoi amici si stavano dirigendo verso il lungomare e lui si apprestava a raggiungerli, quando il suo sguardo cadde su un particolare: sulla sabbia, proprio di fronte al bagno c’era un qualcosa che risaltava allo sguardo, quasi un luccichio. Esaminandola da vicino si accorse che si trattava di un piccolo oggetto finemente decorato e di strana fattura, abbastanza singolare da sembrare una rarità. Doveva comunque trattarsi di un ciondolo o di qualcosa del genere. Su una delle facciate campeggiava la scritta “kokalos”. Kokalos. Poi si ricordò della busta: si trovava ancora nella tasca del costume, a casa. Si congedò dagli amici e corse in direzione del villaggio. “Non aprirla prima della mia morte” aveva detto il vecchio, ma come non crepare dalla curiosità? Come non voler scoprire il mistero che conteneva quella strana busta? La tastò, appariva piena, come di un non so che di morbido, non semplice carta ma qualcosa che lasciava pensare ad un’ imbottitura. Il cuore batteva, l’emozione era alle stelle, stava compiendo qualcosa di proibito, lontano dagli occhi di tutti e senza che nessuno ne fosse al corrente. In più la visione del giorno prima aveva aumentato ulteriormente queste sensazioni. Come colpito da un lampo di tracotanza, strappò il lembo che chiudeva la busta e, una volta mostratosi alla sua vista il contenuto, restò non di poco esterrefatto. La vista confermò al tatto la sensazione che un qualcosa di morbido era contenuto nella busta. Il lembo strappato infatti, lasciava vedere un banalissimo tovagliolo di carta che, piegato in due, la occupava interamente. Nient’altro conteneva se non questo. Il disappunto fu grande per Antonio, quel vecchio doveva essere un povero pazzo che si era preso gioco di lui, ma che si aspettava del resto? Cose di questo genere accadono soltanto nella fantascienza e spesso ci si lascia suggestionare da qualcosa che non può esistere né in cielo né in terra. La rabbia e la disillusione gli fecero strappare la busta diverse volte. Aveva peraltro rinunciato ad un appuntamento con una ragazza per un tovagliolo di carta ed un vecchio rimbambito. Posati i resti della busta sul letto, decise di uscire per andare a fare un giro. Il cielo era coperto, nuvole basse e grigie rendevano l’atmosfera particolarmente umida, e l’assenza di vento non indeboliva di certo l’afa. Era stanco per la notte passata in bianco, ma aveva fame, si diresse verso il solito bar e prese una granita accompagnata da una brioche. Sul tavolino in alluminio era posato il giornale. Antonio lo sfogliò distrattamente volando verso le pagine finali dello sport il suo sguardo cadde su un nome e quindi su quelle terribili parole.

L’ordine esoterico italiano del Sacro Etere piange la scomparsa del caro

FRANCO DEMETRIO

grande uomo e grande pensatore, fin troppo spesso incompreso.

I funerali si terranno nella chiesa madre di Oliveri (ME) nella giornata di martedì.

Demetrio, Demetrio…se ne ricordò subito, era il cognome che aveva letto proprio sul campanello di quella casa due giorni prima. Il vecchio era morto, era proprio morto, esattamente il giorno del loro incontro. Doveva essere stato un qualcosa di improvviso. Un dispiacere pervase la sua mente, avrebbe voluto fargli più domande, su quella questione, sull’esperienza che aveva vissuto per ben due volte, sull’esistenza o meno di creature sovrannaturali. E invece niente, che poi… chi doveva essere stato quell’uomo? “Società esoterica“, faceva persino strano leggerlo su un giornale. Doveva essere stato un massone, un teosofo, un mistico, ma chiunque fosse stato, non avrebbe potuto saperlo, né tanto meno gli interessava, voleva soltanto una conferma, qualcosa che confermasse quella evidente notizia. Guardò l’ora: i funerali dovevano essere in corso stando al necrologio. La chiesa sembrava semivuota, dentro soltanto qualche conoscente dell’anziano signore. Sopra la bara, in legno chiaro, stava la foto del defunto, visibilmente più giovane ed in salute, e lì sopra v’era proprio il ritratto del Demetrio, del Demetrio, uno che al suo tempo, ed a modo suo, doveva essere stato un vero pilastro di quel mondo a parte, un pilastro del Tindari.

E quella busta fatta a pezzi rimase alcuni giorni sulla sua scrivania, ed il cielo da coperto si fece sereno, ed arrivò il giorno dell’eclissi di Luna. Ed Antonio proprio quel pomeriggio era stato tutto il tempo con gli amici, con una cassa portatile ad ascoltare alternative rock.

Quella sera si erano recati verso est, in uno dei pochi locali del Capo Milazzo. Era la notte dell’eclissi di Luna e avevano pensato di vederla in tutta la sua bellezza proprio su quel belvedere. V’erano alcuni ragazzi stranieri, lì per viaggio di piacere, che avevano conosciuto al Villaggio. Due ragazzi e tre ragazze. Avevano fatto amicizia e quella sera si trovavano tutti insieme in un raffinato ed intimo pub esattamente di fronte alla costa. Erano una decina di persone. Parlavano tanto, in inglese, ma loro non sempre riuscivano a comprendere, e spesso liquidavano le battute fatte dagli altri con dei semplici “yeah” o “ahahah yes“. Antonio spesso neanche si sforzava di capire che cosa stavano dicendo, a volte fingeva di ridere, di capire qualche battuta furtiva, a volte pur comprendendole non aveva alcuna reazione. Il suo pensiero quella sera era rivolto a ciò che aveva visto, a quella busta, a cosa stava a significare quel tovagliolo al suo interno. Seduta lontano dalla luce e dalla musica, faceva roteare lentamente il bicchiere su cui avevano riposto una candela. Posando sopra la fiammella le mani ambrate, cercava di trarre giovamento dal debole calore. I suoi occhi erano come ipnotizzati dalla fioca luce e sembrava quasi non accorgersi della musica e del brusio fastidioso che animavano il pub. Soltanto lei, i suoi pensieri ed una fiamma figlia della cera. Antonio la osservava spesso, si concentrava sul suo volto, era la prima volta che la vedeva al villaggio. I cocktail arrivarono uno dopo l’altro, una musica da lounge bar, una sorta di club house a volume alto, rendeva l’atmosfera quasi ovattata. La visione della notte prima gli tormentava ancora il cervello. E continuava ad osservare quella ragazza così diversa, che ogni tanto partecipava alle conversazioni, ma sempre timidamente e con moderatezza. Ad un certo punto approfittando di un momento in cui alcuni amici si erano alzati per andare a ballare si decise e le parlò.

“Hey, would you like to take a walk?”

Lei lo guardò lentamente sorridendo e annuì: il suo volto si era illuminato. La luna si era fatta rossa e proiettava sulla nera superficie del mare un ombra quasi extraterrestre.

“Are you enjoying Sicily?” le chiese per rompere il ghiaccio.

“Yes, it’s so stunning: this sea, this moon, I think it’s the best place in the Mediterranean Sea.”

“Oh really? Ahahah, maybe not the coolest, but yeah, it’s very wonderful… do you want to take a walk around? We can go down to the beach if you want.”

“Yes, surely, let’s go!”

Antonio si sentiva il cuore pieno di felicità, era riuscito ad allontanarsi da quel casino, e in più portando con se una ragazza così bella e particolare. Scesero le scale che portavano alla spiaggia di sassi, soffiava una brezza calda ma impertinente, arrivati giù si distesero e volsero lo sguardo verso le stelle.

“We are born from stars and to the stars we will come back one day.”

“We are son of stars…”

“Son of stars… do you know what are we searching?”

“Maybe the truth.”

“I think we are searching only something that stops our restlessness.”

Antonio non capì l’ultimo termine, troppo lungo, e si voltò verso la ragazz., Il suo sguardo cadde sul collo: la pelle ambrata era quasi resa splendente dalla corona della luna che splendeva su di lei e ciò gli fece notare che portava un ciondolo. Un ulteriore sguardo lo fece precipitare da uno stato di rilassamento e felicità alla più cieca ed irrazionale inquietudine. V’era scritto infatti “Kokalos”. Antonio la osservò bene, forse non era la prima volta che vedeva quegli occhi grandi, i suoi occhi grandi. Lei adesso lo fissava, intensamente. Antonio allora ruppe il momento, ed indicando il misterioso ciondolo le chiese:

“Sorry, where did you get this?”

“Questo? E’ il regalo di un’amica, perchè?”

Antonio ebbe un sussulto. La ragazza aveva risposto in un ottimo italiano, che mostrava persino un leggero accento siciliano

“Tu parli italiano? Che cazzo sta succedendo?

“Vuoi sapere perchè sopra c’è scritto Kokalos? Beh è facile, puoi arrivarci anche tu: dovresti saperlo bene. Le conosci le terribili figlie assassine che uccisero l’infame Minosse?” Un cambio di espressione sul suo volto aumentò lo stato di agitazione di Antonio.

“Di che cavolo stai parlando?”

“Sì, proprio loro, le terribili fanciulle con le mani ancora impregnate di sangue minoico. Sai che ancora si aggirano nei meandri della Grande Isola? Ancora vive, per quanto un fantasma possa essere definito vivo.”

“Tu non sei chi dici di essere, chi diavolo ho di fronte?”

“Tu chi credi di avere di fronte? “

“Una persona che si vuole prendere gioco di me!”

“Se vuoi, mi tolgo la maschera…”

“Ma che stai dicendo, tu sei completamente fuori!”

“Toglimela tu, dai! Toglila!”

“Io torno al locale, tu non stai bene.”

Il mutamento di comportamento e l’aggressività con cui gli parlava aveva gelato il sangue nelle vene di Antonio, il suo cuore andava a mille, non sapeva come reagire a quella situazione folle. La ragazza incalzò ulteriormente.

“Non mi sfuggi, tanto. Tu non sai chi sono io, toglimi la maschera, tanto non potresti fare altrimenti.”

Antonio doveva avergliela tolta alla fine, quella maschera, perché in un istante si era ritrovato completamente fuori dal tempo e dallo spazio, in un mondo fatto di puro sogno. Era stato catapultato su un’isolotto, minuscolo, con una quercia nel mezzo. Un isolotto verde, coperto da una vegetazione bassa e fitta. Antonio stava di fronte al grande albero. Sentiva una calda brezza che soffiava in tutte le direzioni. All’improvviso una nave, un rompighiaccio. Una bandiera russa era mossa dal vento. Due uomini sul ponte ricoperto dal ghiaccio, indossavano pellicce e portavano lunghe barbe. Appena scorsero il ragazzo si avvicinarono all’isolotto e uno di loro gli rivolse la parola:

“Ehi, voi, qual buon vento?”

Antonio provò a rispondere, ma invece della consueta voce produceva soltanto un suono stridulo simile a un lungo fischio.

“Ahahah! Molto sagace,amico. Piacere, io sono il capitano Pavlov, vossignoria siete invece?”

Antonio con disperazione provava a parlare, ma non poteva, in nessun modo. Cercò di comunicare a gesti.

“Vi vedo un pizzico impacciato, amico, ed anche raffreddato, volete un fazzoletto?”

Lo riconobbe subito quel fazzoletto. Era quello contenuto nella busta. Ma appariva diverso adesso, ai suoi occhi. Era costellato di parole, tutte scritte senza spazi, tutte attaccate. Antonio provò a leggerle, ma non avevano alcun significato, pure parole in libertà. Poi si voltò, il capitano lo stava chiamando.

“Amico, benvenuto Dietro La Vostra Mente. Non temete, presto capirete tutto. Ah, e dimenticavo: se volete parlare come agilmente faccio me medesimo, e addirittura volete che qualcuno qui capisca la vostra lingua, dovrete faticare. Vedete quell’albero? Dovete scavare una buca e bere il nettare che sgorga all’interno della corteccia. Sarà il custode della quercia a darvelo di persona. Eh beh, d’altronde si sa, non si ottiene nulla facilmente, fratello. A presto: per aspera ad astra.”

continua…(?)

SCAVA

             E TROVERAI                                                                                                                 

(SE DAVVERO

LO VUOI)

                                  TE STESSO                                  LE CHIAMI VIBRAZIONI O TREMORI?

                                                          GIÙ                                                                                           

                                                                  IN FONDO AI PILASTRI DEL TINDARI

Atene, ottobre 2018

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