“L’insostenibile leggerezza dell’essere: l’ossimoro dell’Io” di Federica Zerauto

Milan Kundera sceglie, per uno dei suoi romanzi destinato ad essere classificato tra i capolavori letterari del secondo Novecento, un titolo ossimorico: L’insostenibile leggerezza dell’essere.

E di tale espressione non provo a fornire una spiegazione che sia tanto sintetica quanto efficace, dal momento che l’unico effetto che possiamo ricavare da un simile tentativo è la seguente pila di domande:

  • come fa la leggerezza ad essere insostenibile al punto da venire associata alla pesantezza?
  • leggerezza e pesantezza sono due opposti inconciliabili oppure sono due facce della stessa medaglia?
  • ma davvero la pesantezza è terribile e la leggerezza meravigliosa?

Risposta: non esistono né un’unica soluzione né una verità assoluta.

Quindi perché il lettore è indotto ad interrogarsi e a mettersi in discussione se la sua indagine sui significati della vita è destinata al fallimento? Probabilmente perché l’uomo, dotato di intelletto, è naturalmente incline a porsi domande e a ricercare risposte che definiscano la sua identità. Dunque, l’uomo pensa di possedere il cosiddetto “filo d’Arianna” grazie al quale egli sarebbe in grado di uscire dal labirinto dentro cui è stato rinchiuso.

E qualora il filo si spezzasse? E qualora le risposte alle sue domande venissero a mancare? Allora l’uomo rimarrebbe prigioniero tra le macerie di una nuova torre di Babele, dapprima eretta sul sapere (ormai vanificato) messo a punto nel corso dei secoli da centinaia di uomini, pensatori e filosofi.

L’uomo, disillusosi dagli ameni inganni che i risultati della ricerca sull’identità dell’Io e dell’Altro gli avevano offerto, non può più pensarsi come eroe epicamente vincitore, perché è un perdente, né come eroe elegiacamente vinto, perché non è un eroe. E come se il Moscoforo si liberasse dal peso del vitello che porta sulle spalle, allo stesso modo l’uomo si libera dal fardello costituito dalla verità di cui credeva essere l’ineccepibile portatore. Ed è così che ciascun essere umano capisce di dover rinunciare alla ricerca di significati per poi abbandonarsi ad una triste osservazione della realtà circostante, da cui, per altro, non scaturisce né indignazione né stupore, ma solo un’imprecisa, ironica e melanconica lettura dell’incomprensibile, nonché insignificante, destino dell’uomo sulla terra.

Questa lunghissima digressione, che avrebbe dovuto lasciare spazio ad un esame dettagliato delle tematiche affrontate da Kundera all’interno del suo romanzo, non ha fatto altro che avvicinarmi, invece, alle tecniche registiche adottate dall’autore (che ricordiamo essere tanto scrittore quanto drammaturgo) nella stesura dei capitoli che vanno a comporre L’insostenibile leggerezza dell’essere. Il racconto è, infatti, predisposto alla divagazione, all’accumulazione tanto di teorie filosofiche quanto di proprie opinioni (relative all’esistenza e alla ricerca dell’identità, all’amore, al sesso e al tradimento, al potere, al linguaggio e al tempo) che non verranno mai riorganizzate all’interno di uno schema coerente ed organico.

Per concludere, si ricordi che il lettore, tutto teso alla ricerca della felicità (insieme agli stessi protagonisti), è destinato, suo malgrado, ad oscillare tra la leggerezza e la pesantezza, tra la progressività e la ciclicità del tempo, tra la non spendibilità delle esperienze acquisite e la responsabilità morale. Gli unici ad aver ricevuto il dono di vivere felicemente, il dono di godere della quiete – totalmente alieni alle tribolazioni dell’animo – sono gli animali, così come nel non troppo distante 1830 scriveva Leopardi nella quinta stanza del Canto notturno di un pastore errante dell’Asia.

“O greggia mia che posi, oh te beata,

Che la miseria tua, credo, non sai!

Quanta invidia ti porto!

Non sol perché d’affanno

Quasi libera vai;

Ch’ogni stento, ogni danno,

Ogni estremo timor subito scordi;

Ma più perché giammai tedio non provi.

Quando tu siedi all’ombra, sovra l’erbe,

Tu se’ queta e contenta;

E gran parte dell’anno

Senza noia consumi in quello stato.

Ed io pur seggo sovra l’erbe, all’ombra,

E un fastidio m’ingombra

La mente, ed uno spron quasi mi punge

Sì che, sedendo, più che mai son lunge

Da trovar pace o loco.

E pur nulla non bramo,

E non ho fino a qui cagion di pianto.

Quel che tu goda o quanto,

Non so già dir; ma fortunata sei.

Ed io godo ancor poco,

O greggia mia, né di ciò sol mi lagno.

Se tu parlar sapessi, io chiederei:

Dimmi: perché giacendo

A bell’agio, ozioso,

S’appaga ogni animale;

Me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale?”

Ed ecco come si riscopre sottile ed esile la linea di confine, che pure c’è e non senza una ragione, tra moderno e postmoderno.

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