“Bohemian Rhapsody: una leggenda in pillole” di Lorenzo Giancana

Non mi risulta facile parlare di Bohemian Rhapsody, film evento per la regia di Bryan Singer, che a poco tempo di uscita nelle sale vanta già il titolo di biopic musicale di maggior successo della storia del cinema. Quando un film cerca di trasporre su pellicola la storia dei Queen, non si può fare a meno di puntualizzare l’ovvio, ossia il fatto che si tratta di dei mostri sacri della musica e senza dubbio di una delle band più importanti e rivoluzionarie che il pubblico ricordi. Milioni di persone hanno amato e amano ancora i Queen, il che significa che se ci fai un film sopra, puoi star certo che sarà un film di successo. Tuttavia, se l’intento era quello di portare al cinema più gente possibile (cosa che ha funzionato sia con appassionati che profani), questo non poteva che comportare tutta una serie di compromessi e inesattezze che inevitabilmente si presentano quando vuoi offrire qualcosa che possa veramente piacere a tutti: se infatti da una parte vediamo scene di musica davvero entusiasmanti e quadretti di intimità tra i protagonisti che fanno scendere più di una lacrima agli amanti del gruppo, dall’altra la storia dei Queen appare eccessivamente romanzata, con una ricostruzione asservita al modello ormai rodato del biopic classico, con tanto di tipico stilema della degenerazione del protagonista cui segue la redenzione finale.

È proprio Freddie Mercury il motore trainante del film, il perno luccicante attorno al quale girano tutti gli altri: interpretato magistralmente da Rami Malek, attore relativamente nuovo sulla scena che qui ha dato prova di uno sforzo immane per ricalcare l’eccentrica personalità del cantante. Freddie è forse eccessivamente vittima di un archetipo teatrale, quasi un fantoccio del cinema, che non riceve l’approfondimento che merita, accontentandosi di adeguarsi a una formula che meglio si presta ad essere digerita dal pubblico delle sale. Vien da sé che questa reinterpretazione, più ispirata che fedele alla cronaca, porta con sé una riscrittura quasi totale da parte dello sceneggiatore, che forse soddisfa le aspettative dello spettatore medio in cerca di semplicità, ma sicuramente scontenta qualche fan accanito che meritava qualcosa di più. Il film ce lo prendiamo così com’è.

I lati positivi ci sono, al di là della mera trama. Anzitutto le musiche, quasi onnipresenti, che sono un marchio di garanzia in quanto hanno la licenza di essere alcuni dei brani più belli che l’essere umano abbia mai realizzato. Sono infatti proprio le scene in cui il gruppo compone e suona le sue canzoni la parte meglio riuscita del film, in cui si nota la bravura attoriale e la mano certosina del regista, unica occasione in cui emerge da una generica piattezza di fondo. Leggero l’uso della computer grafica, anche se in certi punti si notano alcune scene in cui è piuttosto mal celata (vedi le riprese sopra il pubblico del Wembley Stadium durante il Live Aid). Una menzione per gli attori, tra cui, oltre il protagonista, spiccano interpreti come Aidan Gillen, Tom Hollander, Gwilym Lee, Ben Hardy e Joe Mazzello (che qui vediamo nuovamente in compagnia di Rami Malek dopo la miniserie di successo prodotta da HBO, The Pacific).

In conclusione, Bohemian Rhapsody è un film che vuole brillare ma non brilla abbastanza, un tentativo in parte riuscito di celebrare la gloria immortale dei Queen, ma che forse si preoccupa più di esaltarne la magnificenza scenica (riuscendoci alla grande!) che di raccontarne l’anima, fornendo invece un rimpiazzo più appetibile e convenzionale.

Voto: 7,5.

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