Recensione: il Grande Gatsby di Federica Zerauto

Il grande Gatsby

Pubblicato nel 1925 da Francis Scott Fitzgerald, il “Grande Gatsby” è uno dei romanzi più sfavillanti dell’ultimo secolo, tant’è che non solo conquista immediatamente il pubblico e la critica dei primi decenni del Novecento, ma ancora oggi mantiene intatto il proprio fascino.
A fare da cornice alle vicende dei protagonisti è la frizzante atmosfera newyorkese dei primi anni ‘20: musica jazz, prestigiose automobili guidate dai giovani di Wall Street, party e scintillanti abiti da cocktail non suggeriscono affatto l’arrivo della famigerata crisi del ‘29 con cui gli Stati Uniti d’America dovranno confrontarsi a breve. Dunque, tra le prime righe de Il Grande Gatsby si respira un clima tutt’altro che pesante. E proprio in questo ambiente vivido di colori e di luci vuole condurci la voce narrante, detenuta da un certo Nick Carraway.
Nick è un giovane del Middle West da poco trasferitosi nello Stato di New York, più precisamente a Long Island dove abita anche la cugina Daisy Buchanan. Qui la curiosità del narratore viene immediatamente catturata dal continuo viavai di stravagante gente ricca che è solita trascorrere il sabato sera tra una villa e l’altra. Sembra, però, che le donne e gli uomini dell’alta società newyorkese preferiscano di gran lunga le feste organizzate da un certo Jay Gatsby, enigmatico milionario sul cui conto circola una decina di leggende.

“Qualcuno mi ha detto che ha ammazzato un uomo.” Un brivido serpeggiò tra noi. I tre Mr Mugugno si protesero a loro volta, impazienti di sentire.
“Non credo sia tanto questo,” obiettò Lucille scettica, “quanto il fatto che sia stato una spia tedesca durante la guerra.” Uno degli uomini annuì in segno di conferma.
“L’ho sentito da uno che sapeva tutto di lui, cresciuto con lui in Germania” ci assicurò convinto.
“Oh, no,” disse la prima ragazza, “non può essere così, perché durante la guerra era nell’esercito americano.” Mentre la nostra credulità tornava a lei, la ragazza si allungò verso di noi piena di entusiasmo.
“Provate a guardarlo quando crede che nessuno lo guardi. Scommetto che ha ucciso un uomo.” Socchiuse gli occhi e rabbrividì. Lucille rabbrividì. Ci voltammo tutti alla ricerca di Gatsby. Il fatto che girassero tante voci su di lui da parte di chi aveva trovato poco su cui far girare voci era la prova delle congetture romantiche che Gatsby sapeva ispirare.

Però, come Nick stesso avrà modo di scoprire, Gatsby non è un uomo così distante da tutti gli altri: egli vive in una condizione di disperata solitudine nella speranza di poter rincontrare la donna dei suoi sogni, Daisy Buchanan, di cui si era invaghito cinque anni prima e di cui spera di ritrovare le tracce grazie alle grandi feste che organizza nella propria maestosa dimora ogni weekend.
Nel corso della narrazione e, quindi, del susseguirsi delle vicende quello sfavillio di facciata che aveva tanto caratterizzato le prime pagine del romanzo comincia a sbiadirsi in modo da mostrare le debolezze e le fragilità non solo dei singoli personaggi, ma anche dell’intera società americana di inizio Novecento. Vengono, infatti, demolite da Fitzgerald le idee di Romanticismo e di Sogno Americano: in un mondo dominato dalla logica del guadagno non c’è spazio per l’espressione e la realizzazione dei desideri del singolo o della collettività, tutto è ormai in balia del denaro che appare come l’unico garante di stabilità (o quasi).
Infine, sebbene lo stesso Jay Gatsby sia riuscito a edificare un’immagine di sé diversa dall’originale e un mondo sicuramente bello ma illusorio che al contempo gli ha permesso di godere dei privilegi di cui è solita compiacersi l’alta società, tuttavia lo scintillante castello dentro cui si è nascosto per anni crollerà insieme ai suoi sogni: nulla di tutto ciò che Gatsby è riuscito a ottenere grazie al denaro rimane intatto e invariato, compresa la sua immagine che passa dall’essere al centro dei pettegolezzi di molti, all’essere completamente dimenticata dopo la sua morte.

Al cancello Occhi di gufo mi rivolse la parola.
“Non sono riuscito ad andare alla casa” osservò.
“Nemmeno gli altri.”
“Andiamo!” Sussultò. “Ma come, Dio mio! Ci andavano a centinaia.”

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