I “Sette contro Tebe” di Andrea Saitta. Articolo di Kevin Manuel Rubino ed Enrico Palumbo

I “Sette contro Tebe” di Saitta

Questo articolo è diviso in due parti. Nella prima parte vi è la riflessione di Kevin Manuel Rubino e nella seconda quella di Enrico Palumbo.

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LE PORTE UMANE DI TEBE – KEVIN

Non avevo idea di che cosa fosse il teatro fisico, ma d’altronde è naturale considerando che sto ancora muovendo i primi passi nel teatro. E probabilmente anche da anziano starò ancora muovendo i primi passi, dato che non si smette mai di imparare.

I Sette contro Tebe di Saitta mi hanno incuriosito per due motivi. Il primo, per il richiamo classico che per forza di cose mi tocca nell’animo; il secondo, per la giovane età degli attori: da quando ho iniziato ad andare a teatro, ho avuto sempre l’opportunità di assistere a spettacoli con attori più grandi di me (22 anni). L’idea di assistere ad uno spettacolo di coetanei – più o meno – mi ha consentito di fare, senza avvertire fatica, i salti mortali  per essere presente, nonostante una giornata piena di impegni. E neppure il caldo asfissiante dello Spazio Franco, un luogo affascinante (lo ribadisco nuovamente, come nel mio precedente articolo), ha spento la fiaccola della mia curiosità. Al massimo la alimentava.

Innanzitutto vorrei porre l’attenzione sullo stoicismo degli attori: due spettacoli nella stessa serata (21.00 e 22.30). Questo stoicismo, come l’ho chiamato, non è altro che amore per quello che si fa. Amore per il teatro. Provate a chiedere ad un ragazzo di oggigiorno, un coetaneo, o uno più piccolo, se avesse voglia di assistere ad uno spettacolo teatrale in una sala afosa. Conoscete già la risposta. “Mah, vediamo…” (la serie-tv su netflix con l’aria condizionata è più allettante, dopotutto). Ora provate a chiedere ad un ragazzo di fare due spettacoli nella stessa serata. “Ma sei pazzo, chi cazzo ti conosce, idiota!”. Non tutti gli attori sono così disponibili… alcuni fra gli attori dei Sette contro Tebe avevano perfino qualche problema fisico, come sottolineato dal regista alla fine dello spettacolo. Solamente per l’impegno profuso in una serata, questi ragazzi meritano un caloroso plauso.

Il mio apprezzamento però è stato totale: dalle forme agli elementi coreografici di cui ho apprezzato la precisione e le movenze sinuose e leggiadre. Nonostante il caldo e nonostante i due spettacoli, repetita iuvant. E anche i costumi e i precisi disegni negli scudi dei personaggi.

E finalmente uno spettacolo dove la parola non prevaleva! Sì, gli attori parlavano, ma l’energia vitale dello spettacolo proveniva senza dubbio dai movimenti, dalle coreografie. Straordinarie le strutture umane delle sette porte di Tebe. D’altronde le porte di una città, pur apparendo come oggetti privi di alcun aspetto vitale, preannunciano che oltre la loro soglia vi si cela una grande anima, comune, costituita dall’essere umano. Le porte sono chiaramente delle cose, ma sono il primo elemento vivo che si incontra quando si entra in una città. La porta diventa umana. Per questo motivo l’idea di disegnare coreograficamente le porte di Tebe con i corpi degli attori è sicuramente intelligente e congrua con il tema della tragedia. Il tema dei Sette contro Tebe è l’orrore della guerra, come anche Joseph Conrad denuncia in Cuore di Tenebra: «L’orrore!». La tragedia eschilea vuole infatti sottolineare un elemento ovviamente logico, ma poco condiviso (altrimenti vivremmo in pace), ovverosia che la guerra è una lotta fratricida. Eteocle e Polinice sono due fratelli, ma rappresentano stricto sensu la guerra fra noi esseri umani, che in fin dei conti siamo fratelli. Un gran messaggio di fratellanza e umanità! Un messaggio del genere, sebbene già abbia un importante valore letterario, deve essere veicolato con attenta abilità se vuole arrivare al cuore (di tenebra) degli esseri umani. Degli spettatori. I ragazzi della Compagnia Décalé, guidati da un’ottima regia, sono riusciti a veicolare tale messaggio senza usare la parola come elemento principale della performance. Il linguaggio teatrale adoperato è quello del gesto, del movimento, ma anche della parola, senza però tralasciare mai gli altri linguaggi, che il teatro mette a disposizione a noi comuni mortali.

Uno spettacolo come questo, che appartiene al teatro fisico (adesso so che cos’è, grazie!), aveva bisogno di una rivisitazione del testo greco, ma di questo ne ero certo già prima dello spettacolo. La rivisitazione è stata una scommessa (vinta) e il merito va a chi l’ha ideata e costruita, ma anche a chi l’ha messa in scena con maestria e naturalezza: è difficile far muovere sette attori su uno spazio, evitando inoltre che l’occhio del pubblico si stanchi. Se ci riesci significa che hai lavorato correttamente e attentamente.

È stato un piacere intenso assistere allo spettacolo di una realtà teatrale così affiatata e precisa. Complimenti!

Kevin Manuel Rubino

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UNA SEMPREVERDE GUERNICA: OGGI COME IERI – ENRICO

Da appassionato di teatro e teatrante molto amatoriale, ho avuto modo di assistere alla performance teatrale “I Sette contro Tebe”, lo scorso giovedì, 20 giugno, allo Spazio Franco. Per chi non lo conoscesse, lo Spazio Franco è una realtà presente da poco più di un anno all’interno degli spazi dei Cantieri Culturali alla Zisa, che tra interessanti concerti di buona musica e spettacoli teatrali messi in scena da diverse compagnie, si è affermato come punto di riferimento per artisti di diversa estrazione e formazione.
La compagnia Decalè, compagnia di teatro diretta dal regista Andrea Saitta, ha messo in scena un riadattamento sia testuale che concettuale, potremmo dire, della tragedia eschilea “I Sette contro Tebe”.

Prima di parlare della performance che ho visto giovedì, penso sia necessario spendere due parole sull’originale tragedia di Eschilo: l’opera venne messa in scena per la prima volta ad Atene nel 467 a.C., in occasione delle Grandi Dionisie, ed era l’ultima (e l’unica a noi giunta) di tre tragedie appartenenti al cosiddetto Ciclo Tebano. Al centro dell’intreccio v’è il tema della lotta fratricida, ovvero fra Eteocle, valoroso e carismatico guerriero tebano, e Polinice, traditore della città, che adesso marcia contro il suo stesso sangue. Elemento interessante della tragedia Eschilea è il numero sette. Tralasciando in questa sede di parlare della simbologia che dalla notte dei tempi avvolge questo numero, il sette è un numero ricorrente all’interno della tragedia: sette sono gli eroi che difendono Tebe e sette sono gli eroi argivi che attaccano Tebe, pronti al combattimento a ridosso delle sette porte di Tebe. E di conseguenza sette sono gli scudi dei guerrieri argivi, ed ogni scudo ha una particolarità: raffigura un’immagine, che ha la funzione sia di rappresentare il combattente sia di spaventare e scoraggiare chi intende affrontarlo. Tornando alla messinscena, la rappresentazione del numero sette è stata resa, a mio parere, con successo. Sin dall’evento su Facebook la compagnia ha avvertito che questo sarebbe stato un numero ricorrente nella performace, a cominciare dal numero di attori: sette. La loro recitazione è sicuramente frutto di tanto lavoro e sperimentazione, sia dal punto di vista recitativo, sia dal punto di vista fisico: ecco un altro concetto che dobbiamo introdurre. Lo spettacolo che ho visto giovedì è da inserire infatti nel filone del teatro fisico, e devo ammettere che era la pima volta che vedevo uno spettacolo appartenente a questa corrente. La fisicità era una componente molto sviluppata negli attori, la gestualità molto solenne e ieratica e ogni parola pronunciata sembrava essere inserita all’interno di uno schema metrico che conferiva alla recitazione una bellissima e piacevole ritmica, molto coerente con lo stile della tragedia. Nonostante il caldo allucinante e soffocante della sala (appena siamo usciti fuori abbiamo recuperato, si spera, i dieci anni di vista che il caldo ci aveva fatto perdere), lo spettacolo è stato un piacere e gli attori hanno sopportato stoicamente due rappresentazioni (alle 21 e alle 22.30). Inoltre la scenografia mi ha sorpreso molto, i sette scudi dei guerrieri sono stati realizzati con una cura puntigliosa e i loro colori hanno creato un contrasto interessante con il nero delle vesti che indossavano i sette attori. Inoltre, perdonatemi l’eventuale spoiler, trovo geniale e molto significativa l’idea di raffigurare la Guernica di Picasso sul retro degli scudi, e mostrarla al pubblico in un momento di grande pathos, che mi ha trasmesso l’idea dell’universalità della guerra, sempre identica nelle drammatiche conseguenze a cui porta. Le musiche infine hanno reso l’atmosfera quasi magica, sospesa tra mito e realtà.

Credo che questo riadattamento dei Sette contro Tebe sia davvero ben realizzato ed innovativo, soprattutto se consideriamo la giovane età degli attori, più o meno miei coetanei, che hanno saputo emozionare e stupire il pubblico, ed un plauso ovviamente al regista Andrea Saitta, che ha saputo coordinare e creare questo piccolo gioiello, che racchiude sia la tematica mitologico-classica, sia il tema della guerra, che è in ogni caso fratricida, indifferentemente dalla parentela. Non nascondo che sarebbe interessante vedere un seguito di questo spettacolo, sempre a tema tragico, sempre sfruttando le opportunità sceniche che il teatro fisico può offrire. Quindi complimenti alla compagnia Decalè, spero di tornare a vedervi presto, anche a costo di rifarmi questa sudata!

Enrico Palumbo

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regia
Andrea Saitta

scene e costumi
Alessandra Bruno

con le allieve e gli allievi del laboratorio biennale di teatro fisico
Aurelia Alonge Profeta
Fabrizio Augugliaro
Aurora De Luca
Maria Antonietta Dicandia
Francesca Padovano
Noemi Quattrocchi
Giovanni Ruffino

con la collaborazione di
Giorgio Cannata e Marilù Barbera

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