Una notte, sui ghiacci, Loro. – Di Enrico Palumbo.

Баренцово море, 6 декабря 1903 г, бесчисленныемили к северу от Мурманска.

Mar di Barents, 6 dicembre 1903. Innumerevoli miglia a nord di Murmansk.

 

      UNA NOTTE, SUI GHIACCI, LORO

L’Ombra luminosa e fresca diveniva quasi liquida, s’adombrava fino a scomparire, inghiottita nei meandri della mente. E poi buio.
Vedeva talvolta questa immagine in sogno Pavel, il capitano Pavel. Poi non vedeva più niente, rimaneva come paralizzato, senza potersi muovere. Passavano alcuni secondi, interminabili, in cui spasmodicamente tentava di muovere le sue membra. Anche soltanto una falange, anche soltanto l’alluce. Passavano pochi istanti di disperazione, e poi il risveglio.
La chiara luce polare faceva irruzione di fronte ai suoi occhi ancora intorpiditi.
Decimo giorno dalla mia partenza dal porto di Murmansk. 6 dicembre 1903. Posizione presunta dell’imbarcazione, 81esimo parallelo nord.
Dieci uomini, tutti russi, un capitano. Il capitano Pavel. Era una specie di uomo di mezza età, rosso. Rosso malpelo? Si, rosso malpelo. Uno di quelli che non sopportano la quotidianità, lo stare fermi, il tedio.
Il mare appariva verdognolo, il cielo era lievemente coperto, il ghiaccio, candido e oscuro al tempo stesso, creava ombre e chiaroscuri dalle tonalità turchese, ma glaciali. A malapena fendeva lo spesso strato del pack, la prua della “Aelita”. Non era altro che una baleniera dalla prua ferrata con all’interno un paio di cuccette e una piccola stiva. L’aveva chiamata così, perché una notte gli era venuta in sogno una donna bellissima, vestita in modo strano, argenteo, a piedi scalzi, e con un cappello di feltro e due antenne. E le sue braccia erano ricoperte da lunghi bracciali d’oro. E mentre fluttuava nelle soffici nubi della mente, sussurrava dolcemente il nome “Aelita”.
Aveva un motore a vapore di pochi cavalli. Giusto il necessario per potersi muovere alla velocità di nove o dieci nodi. Ogni tanto Pavel la immaginava viva, quella nave. Immaginava che i pistoni del suo rozzo motore non fossero altro che i ventricoli del cuore, un cuore metallico e ferroso, e il carburante, non fosse altro che il sangue. Del resto, non emana forse odore di ferro il nostro sangue?
Ed era felice di dormire all’interno della sua cuccetta, in seno alla sua nave.
E di notte radunava i compagni sul ponte, faceva un freddo cane. I marinai, quei dieci reduci di marina nell’esercito dello zar, gente stanca, stanca di prendere ordini, spiriti liberi, eterni bambini forse, eterni bambini come il capitano Pavel. Bambini nel cuore, ma uomini nella tempra, guardavano le stelle. E la stella polare si vedeva così bene. E ognuno di loro ammirava le stelle, e la via Lattea. E vedevano nelle stelle la propria donna e pensavano a lei. E ogni donna aspettava il proprio marito vicino il caminetto, vicino al pentolone fumante della Solyanka. Con i figli, con le bocche da sfamare che sfiancavano. Nelle capanne spoglie ma accoglienti della steppa russa, tragicamente squallide, ma tragicamente belle, tragicamente umane.
Ma intanto Pavel parlava, parlava, raccontava storie, raccontava miti, raccontava di eroi e di dei, di strani druidi e della Baba Yaga. Raccontava di un continente verde e caldo oltre il polo, raccontava di Iperborea, ma quale marinaio russo ha mai sentito parlare di Iperborea? Alcuni lo ascoltavano appassionati, e fantasticavano, viaggiavano con la mente. Qualcuno, vinto dal sonno, chiudeva le palpebre, ma le vertebre, le membra rabbrividivano ed era impossibile dormire. Allora tiravano fuori una pipa, e sottili rivoli di fumo salivano verso la vela, e verso le nuvole. Ma altri si abbandonavano a Morfeo nonostante il freddo. Il capitano Pavel allora smetteva di parlare, e i marinai si alzavano dal cerchio in cui si erano disposti, e scendevano nelle cuccette. Alcuni bestemmiavano e maledicevano lo zar e il mare.
Era rimasto con il nostromo il capitano Pavel. Erano rimasti a parlare a prua di tante cose. Anche il nostromo la conosceva, anche il nostromo la conosceva quella storia, quella storia del continente perduto, rimasto fuori dalla cartografia, rimasto fuori dalla conoscenza umana. Suo nonno gliene aveva parlato, oltre il polo, coperto di boschi, coperto di fiumi, di fiumi da cui sgorga latte e miele, e gli uomini sono pacifici, e le donne sono le più belle. Il capitano Pavel era stanco, andò a dormire. La sua cuccetta era la più grande, dormiva con il nostromo e con il cartografo.
Si addormentò quasi subito, dopo un si svegliò. Si alzò, salì le scale che portavano al ponte. Adesso si trovava fuori, non era ancora comparso il crepuscolo, l’aurora, ma non c’era più tanto freddo. La pelliccia di renna che portava iniziava a dargli fastidio. Era meravigliato ma tornò a dormire, e riecco il buio delle palpebre.
Era una notte come tante altre, a un certo punto si svegliò, con gli occhi aperti a fissare il soffitto di ferro. Scese dal letto e gettò un’occhiata ai suoi compagni, ma il nostromo ed il cartografo erano spariti, non erano più al loro posto. I letti apparivano vuoti.
Salì con affanno i gradini, l’affanno aumentava, la respirazione era pesante. Ma non appena fu all’esterno riuscì a riprendere controllo del suo corpo. Si sentiva meglio, una brezza calda e piacevole gli accarezzò la fronte. Gabbiani solcavano il cielo, con i loro versi producevano un’ esotica colonna sonora. Era la prima volta che il capitano Pavel vedeva i gabbiani ed era la prima volta che il capitano Pavel, partito da Murmansk, provava quel calore sulla pelle. Si guardò attorno, era sul ponte, e si accorse che i suoi compagni lo stavano fissando, con sguardo misto di speranza e compassione, così lo guardavano. Pavel li osservava con occhi interrogativi, i suoi compagni, i suoi dieci marinai russi, agitando le mani in segno di saluto, scomparvero come ombre, come ombre nel minestrone cosmico. Una nave, arenata sulle sabbie di Iperborea, con il capitano Pavel solo, solo senza i suoi compagni. Provò a fare qualche passo, la terra era friabile sotto i suoi piedi, avanzava a fatica.
Raggiunse la spiaggia, era rigogliosa di alberi esotici, alberi di cocco, manghi, alberi del pane. Iguane e tacchini zampettavano insieme sulla sabbia. Nessuna creatura umana sembrava e esserci in quella terra. Il capitano Pavel camminava smarrito, alzava gli occhi al cielo, due dischi luminosi, due soli splendevano in cielo. E l’oscurità? E i ghiacci? E le nuvole in cielo? Ma un certo punto il suo passo fu reso impossibile dalla sabbia, la sabbia lo divorava, divorava prima i suoi piedi, poi le sue gambe, il torace e tutto il corpo. Pavel si dimenava ma invano, muoveva gambe e braccia nel tentativo di liberarsi dalla morsa della sabbia. Stette in questa condizione per qualche secondo. Poi si ritrovò in un ambiente completamente diverso. Era un salone, rivestito di marmo e di materiali preziosi. Al centro un braciere, ardeva della legna, le fiamme erano alte, arrivavano al soffitto, bruciavano il granitico soffitto. Pavel voleva uscire, Pavel si sentiva soffocare. Ma il salone era chiuso da tutte le parti, era impossibile uscire. Era come una capsula infrangibile. Iniziò ad avere paura. All’improvviso alzò lo sguardo verso il soffitto, delle gocce d’acqua erano condensate lì in alto, e pendevano, pendevano verso il basso. Iniziarono a cadere, Il capitano Pavel le osservava, cadevano e producevano quasi una melodia, una dolce melodia. E le gocce cadevano, e si accumulavano. Si accumularono fino a formare una figura. “Pavel” sentì sussurrare. “Pavel”. La figura aveva preso la forma di una bellissima donna, proprio come quella nei sogni del capitano, era vestita in modo strano, argenteo, a piedi scalzi, e con un cappello di feltro con due antenne. I capelli erano bruni e mossi, castani gli occhi. Una principessa orientale sembrava. “Sono Aelita, Pavel, sono Aelita la donna dei tuoi sogni, finalmente sei giunto mio capitano, finalmente sei giunto. Abito il cosmo io, abito la lontana Iperborea, abito la madre Russia, abito lo spoglio Caucaso, abito tutto il mondo a te conosciuto” Abbracciami Pavel, due anime affini non possono star distanti, baciami Pavel, stringimi a te Pavel”. Il capitano Pavel si avvicinò per stringerla, per abbracciata, per avvinghiare il suo corpo a quello della donna. La voce era soave, ed emanava un profumo tale da far andare in estasi Pavel. Si avvicinò alla dama, alla brillante dama, quando ad un tratto scomparve. Scomparve Aelita, scomparve il salone di marmo e di granito, scomparvero le sabbie, e gli alberi da cocco. E venne anche il momento del risveglio per Pavel. Aprì gli occhi, la luce artica inondava la cuccetta, il nostromo era al suo posto, stava dormendo, anche il cartografo stava dormendo. Pavel colto da disperazione, chiamava, invocava il nome della sua Aelita. Provò a riaddormentarsi, ma niente. La sua ossessione, la donna dei suoi sogni era scomparsa. Passarono giorni infernali per Pavel, la mancanza di Aelita lo tormentava. Ma una sera di chiaro di luna, il Capitano si trovava sul ponte della nave, e fu nelle stelle che la rivide. Mentre le osservava, cadde in un sonno profondo. E sentì di star fluttuando nella Via Lattea, tra una miriade di stelle infuocate. Attorno a Marte, Aelita danzava. Attorno a Marte, Aelita giocava con il cerchio, giocava con il cerchio, con gli anelli di Saturno. E Pavel, Pavel in pigiama, la ammirava estasiato, mentre fluttuava nel cosmo, la mangiava con gli occhi. “Pavel, incostante e fragile è il nostro stare insieme. Ti prego, se è soltanto nei sogni che noi possiamo vederci, toccarci, amarci, viviamo finché la Moira non ci separi, viviamo in un perenne sogno. Abbandona la vita per me”. L’estasi provocata da tali parole gli scosse la mente. “Perché continuare a vivere nella menzogna, nel tedio, nella disperazione, quando c’è Aelita?” E la Moira, il destino inconoscibile che tutto governa, acconsentì all’unione tra i due. E consentì a Pavel di tornare alla vita soltanto per pochi istanti, per consegnare al nostromo una lettera, che terminava proprio così…
“Ho trovato la mia Iperborea, amico mio, ho trovato la mia Iperborea, guarda in alto nel cielo e mi vedrai, e io ti parlerò, e potremo continuare a discutere sullo zar, sulla Prussia, e su quanto sia schifosa la minestra di bue di tua moglie. Addio, ti affido il mio patrimonio, la mia famiglia e la mia casa. Proteggila. Viva la Russia.
E a te che stai leggendo, se anche tu vorrai vedere il buon vecchio capitano Pavel, solleva lo sguardo al cielo, e scegli una stella. Lì lo troverai, sorridente, con la sua Aelita, la bellissima dama che gioca con gli anelli di Saturno. Quanto alle dicerie riguardo al capitano Pavel, alcuni dicono che sia diventato pazzo dopo quella spedizione nell’Artico, e sia stato rinchiuso in un manicomio. Altri dicono che sia morto suicida tra i ghiacci. Altri giurano di averlo rivisto in sogno. In ogni caso, noi possiamo dire che nessuno rivide più in faccia il buon capitano Pavel, che accettò il sogno perenne per fuggire dalla realtà.
A tutti i sognatori…

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