Recensione “Joker” di Lorenzo Giancana e Cesare Caccetta

Recensione Joker

Dopo mesi di trepidante attesa attorno al primo stand-alone su uno dei personaggi di punta della DC Comics, le aspettative sulla pellicola di Todd Phillips erano davvero stellari. La vittoria del Leone d’Oro al Festival del Cinema di Venezia da parte di quello che, di definizione, è un Cinecomic, la dice molto lunga sulla qualità del prodotto. Sì Cinecomic, per l’universo in cui è calato, ma vestito nei panni da film d’autore, caricato di un peso tematico impressionante e quantomai attuale.
Arthur Fleck è un comico fallito, denigrato, sovrastato dalla società in cui vive per via dei suoi tremendi disturbi mentali, che gli causano risate sguaiate come reazione spontanea a situazioni di disagio; è emblematica la frase che egli stesso riversa sul diario dei propri pensieri, “la cosa peggiore della malattia mentale è che tutti si aspettano che tu ti comporti come se non l’avessi.” Insofferente per un mondo che non lo vuole ascoltare, vedrà crescere dentro di sé il seme dell’odio che, anche grazie agli sviluppi del suo orribile vissuto, lo porterà a diventare un mostro violento capace di farsi scivolare addosso tremende atrocità, con la facilità di come si metabolizza una grottesca battuta. Tra una risata strozzata e un digrignato sorriso, finirà così per abbracciare la sua vera natura, in un climax ascendente che esplode in tutto il suo fervore verso il gran finale. Finale che, diciamolo, ci lascia non poche perplessità: se da un lato la parabola criminale di Joker si realizza nella maturazione completa del personaggio, dall’altro è proprio nelle ultime battute del film che sorgono dubbi su quanto abbiamo visto, su cosa effettivamente Arthur abbia vissuto, e quali ne siano le conseguenze; è dunque servito il piatto per le speculazioni degli spettatori più immaginifici. In ogni caso, quello che vediamo è la storia del Joker, o meglio una delle storie, in un susseguirsi di eventi drammatici che fanno da sfondo ad una narrazione evocativa e a tratti veramente inquietante.
Il protagonista, attorno al quale ruota l’intera vicenda, è un personaggio maestosamente interpretato dal sovrumano Joaquin Phoenix, che grazie alla trasformazione fisica e all’incredibile lavoro gestuale, facciale e vocale svolto, rende il suo Joker un’icona dalla veridicità sorprendente e senza precedenti, elevandolo su un piano di indipendenza superiore a quello di un semplice villain di stampo fumettistico; il quale, va detto, ha quasi sempre trovato la sua massima realizzazione in funzione della sua controparte eroistica, cosa che qui viene accantonata grazie alla sapiente scrittura di una personalità autonoma, capace di immettere nello spettatore un senso di empatia e di contrasto per quello che è di per sé un uomo sbagliato, in una società spaccata al pari della sua personalità.
Tra i comprimari, quasi tutti di livello e funzionali al protagonista, spicca un ottimo Robert De Niro (altra strizzata d’occhio ad un pupillo di Scorsese) nei panni di Murray Franklin, conduttore televisivo del Murray Franklin Show, il quale rappresenta per il Joker tutto quello che è stato la società per lui: una bella facciata piena di allegre promesse, che saranno in ultimo la menzogna contro la quale scaglierà la sua perversa risata.
L’impostazione registica di Phillips appare totalmente diversa da quella adoperata nei suoi film di maggior successo, quali la trilogia di “Una Notte da Leoni”; l’abbiamo poi vista indirizzata verso una maturazione iniziata con “Trafficanti”, nel quale già sembrava allontanarsi dalla commedia semplice, e di cui questo film è la sua definitiva consacrazione. Nell’ammirare la Gotham in cui siamo immersi, viene praticamente impossibile non notare le influenze Scorsesiane che hanno dato avvio all’opera, con incisive atmosfere alla “Taxi Driver” o “Re per una Notte”, e a tratti anche con echi di quel “Batman” del 1989 diretto da Tim Burton. Oltre a ciò, sono presenti spunti basati su alcuni numeri fumettistici dell’universo di Batman, tra i quali spicca una citazione alla famosissima Graphic Novel di Alan Moore: “The Killing Joke”. Nonostante il forte influsso artistico e narrativo delle opere sopra citate, Todd mantiene sempre una propria identità e un proprio stile, oltre alla personale e straordinaria reinterpretazione di uno dei personaggi più scritturati sul grande e piccolo schermo.
La sceneggiatura del film possiede dei momenti brillanti, mantenendo una chiarezza e un ritmo per nulla scontati, e rendendo la narrazione serrata, suggestiva ed efficace. La fotografia, prima fredda e cupa, poi accesa e cruda, accompagna tutto il film nei colori decadenti di una Gotham allo sbaraglio. Del pari evocativa è la colonna sonora, composta da orchestrali strazianti e malinconiche, con archi preponderanti che accentuano il grado di disagio e follia di un protagonista sempre più in caduta libera. Non mancano però momenti di perversa gioia, nei quali le canzoni di Chaplin e Sinatra ci accompagnano con un sorriso inquietante; ma anche del rock ‘n’ roll di stampo blues, tutte cose che animano i pensieri efferati di uno psicopatico incompreso dal mondo che lo circonda. Risulta difficile scovare difetti in questo film, dal momento che ogni suo elemento è stato pensato per un obiettivo preciso, che sia empatia, disgusto, ansia o dilemma; tutte cose riuscite alla grande! Tuttavia non ci sentiamo di definire Joker un capolavoro, il film non ambisce neanche ad esserlo, e forse solo il tempo ce lo saprà dire; piuttosto siamo soddisfatti del lavoro svolto sul personaggio, della funzionalità degli eventi alla sua evoluzione, dell’eccellenza tecnica e artistica spesa nel confezionamento di un prodotto di altissimo livello. È con grande soddisfazione e col giusto grado di disagio, che consigliamo caldamente la visione a chiunque voglia conoscere questo volto inedito di uno dei personaggi immaginari più intriganti di sempre, al suono di una risata che non diverte, e di una battuta che non fa ridere.
That’s Life.
Voto: 8,5

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