Riflessioni su “Bianca” e “Ballarini” – Articolo di Kevin Manuel Rubino

Esiste un filo conduttore che unisce questi due spettacoli? Perché li sto inserendo nella medesima riflessione? Effettivamente non è un caso: esistono due motivi. Il primo è di carattere temporale, perché sono andati in scena a distanza di quattro giorni; il secondo riguarda il duo Civilleri-Lo Sicco, attori in Ballarini di Emma Dante e ideatori e registi in Bianca, la cui omonima protagonista è Manuela Lo Sicco. Il primo spettacolo è andato in scena nella Sala Strehler del Teatro Biondo, il secondo invece al Teatro Mediterraneo Occupato.

Bianca

Ricordo che, quando andavo alle elementari, riBianca.jpgmasi stupito da una storiella che l’insegnante ci raccontò circa una principessa rinchiusa in un castello. No, non era Shrek. E nella mia ingenuità infantile mi chiesi perché mai quella principessa avesse il desiderio di essere salvata: era al sicuro e nessuno le avrebbe rotto le scatole. Niente scuola, pensai, che bello. Come darle torto, se penso a tutte le distopiche ansie cui la società ci sottopone. Fortunate dunque le principesse che vivono rinchiuse in un castello nell’attesa del loro (dis)eroe che le salvi.

Entrando in sala, Bianca è già in scena ed è seduta sulla sua torre di sedie che la erge al di sopra di tutti. Nella sua torre, ella è al sicuro e osserva il pubblico che entra: ne è impaurita e di ciò è prova il fatto che ogni tanto ha un sussulto alla vista di questi esseri bestiali. Bianca non è una principessa che attende il proprio (dis)eroe, perché lei vuole rimanerci, lì, in quella torre. E come darle torto!  Eppure la situazione è pronta a cambiare, poiché la vita è precaria e per quanto tu possa cercare di sfuggire ai suoi meccanismi contorti e soffocanti essa ti metterà sempre alla prova. Insieme a Bianca vi sono due personaggi che rappresentano la sua memoria e anche il motore scenico dello spettacolo, rappresentati da Filippo Farina e Simona Malato. Quest’ultima è colei che costringe Bianca a scendere dalla sua torre privandola delle sedie su cui è al sicuro, ma è un atto necessario affinché inizi il suo viaggio nello spazio e nel tempo della memoria. Bianca è impaurita e terrorizzata da questa sua nuova situazione, in quanto travolta dai ricordi e dalle emozioni che indagano la sua anima, subendo però questa catena di situazioni stressanti con passività. Sebbene sia evidente che l’universo di Bianca richiama all’attenzione l’universo femminile, trovo però in lei situazioni di vita che tutti gli esseri umani in misure e situazioni differenti vivono sulla propria pelle; motivo per cui Bianca siamo tutti noi, al di là del genere. Nel corso delle esperienze rivissute, Bianca ha un’evoluzione che la porterà a (ri)scoprire la sua anima, atto necessario affinché possa vivere lieta. Non è più la donna che viveva con passività le situazioni che le venivano presentate e/o sottoposte dagli altri due personaggi: adesso è una donna che prende le redini del suo universo e impara a domarlo. La torre ben costruita su cui era situata, alla destra del palco, e che è stata sgretolata suo malgrado, adesso giace, distrutta da Bianca stessa, sulla sinistra del palco. Immagine che richiama alla mia memoria il percorso di Pink nell’album The Wall dei Pink Floyd: egli costruisce un muro attorno a sé per proteggersi dalle persone, dalla guerra, dalla società, da sé stesso, così come Bianca fa nella sua torre. Entrambi alla fine dei loro percorsi di vita, di ricordi, di esperienze, camminano lieti fra le macerie di quelle che credevano protezioni: rispettivamente un muro e una torre. Il passaggio è avvenuto, Bianca è (ri)nata e adesso sa anche giocare. Bianca non è più bianca, ma è tutti i colori, poiché la vita, sebbene contorta e soffocante, sa essere lieta e lieve a chi è in grado di trasformare e indagare la propria anima nel corso delle esperienze. La vita è lieta per chi vuol giocare. Alla fine forse bastava solo un pizzico di curiosità?

Ballarini

Scritto e diretto da Emma Dante, ho assistito a quest’opera per la prima volta al TeatroBallarini 1 Mediterraneo Occupato, nel maggio scorso. Ho scritto prima volta, perché ho voluto rivederlo per la seconda volta, questa volta sabato 12 ottobre al Teatro Biondo. E magari anche una terza, quando sarà. Ballarini rappresenta uno spartiacque nella mia brevissima esperienza teatrale. E questo è curioso, poiché finora i miei spartiacque teatrali sono rappresentati da Emma Dante. Il primo infatti è Bestie di Scena, prima del quale non avevo idea che esistesse un altro modo di fare teatro oltre a quello classico (i miei amici Sofocle&Co, per intenderci) e ai grandi dell’Ottocento/Novecento. Con Bestie di Scena ho conosciuto un altro mondo che mi ha aperto strade infinite. Ballarini invece rappresenta la sintesi del teatro che ammiro e che mi affascina, una sorta di personale manifesto artistico.

Ballarini, fra cinema e teatro, è attualmente la storia romantica che più di tutte mi ha scaldato il cuore, quella che più di tutte ha saputo raccontarmi l’amore fra due persone in un modo intensamente reale, che va oltre i soliti cliché, i soliti tiamo, e banalità varie. È un racconto ai limiti del grottesco, per la decadenza mostruosa dei visi dei protagonisti, ma è anche un viaggio a ritroso nel tempo, nella loro storia d’amore. Inizialmente sono vecchi, poi un botto improvviso, un petardo, dà inizio al viaggio nel tempo. Un viaggio all’insegna del ballo e della musica. La forza dello spettacolo consiste nell’armonia e nelle movenze del ballo e dei movimenti di Sabino Civilleri e Manuela Lo Sicco, senza i quali lo spettacolo non avrebbe la stessa forza e lo stesso carisma che essi trasmettono. La loro complicità è segno di amore, o forse meglio dire, sintomo di amore, poiché anche i loro personaggi richiedono questa necessità che è l’amore. Tolte le maschere da anziani, dunque, il loro viaggio ripercorre eventi passati, una nascita, la fase di gravidanza, il matrimonio, il loro primo incontro; ma alla fine, mentre ballano, ella torna anziana ed egli balla, giovane e divertito. La moglie richiude i ricordi e il marito stesso dentro il baule di lui, e in seguito, ripercorrendo alcuni gesti che all’inizio dello spettacolo aveva condiviso col marito anziano, si rende conto tragicamente che il suo amato non c’è più e ne è afflitta; si siede sul suo baule e guarda quello del marito, morto.

Sulla morte del marito, ho maturato due ipotesi. La prima è questa, ovvero che il marito sia semplicemente morto da anziano e che lei sia rimasta sola; la seconda è forse più fantasiosa, ma, a mio avviso, la più romantica e tragica: il viaggio a ritroso non è stato un elenco di eventi che vivono nei suoi ricordi trarscorsi col marito, ma ciò che sarebbe stata la loro vita, insieme, fino alla vecchiaia, se lui non fosse tragicamente morto giovane. Questo me lo suggerisce il fatto che egli, durante un momento dello spettacolo, danza giovane ed ella invece ritorna anziana, indossando la maschera. Se sia questa o meno la chiave di lettura, non importa, poiché Ballarini ha raggiunto il suo intento, smuovendo – se vogliamo – anche alcuni temi sociali come la solitudine degli anziani, sebbene io preferisca vederci solamente una triste ma forte storia d’amore che è stata e che mai più sarà.

Piccole riflessioni sul teatro palermitano

Voglio cogliere questa occasione per manifestare una piccola riflessione sulle condizioni del teatro a Palermo. Purtroppo spesso ci viene propinata l’idea che a Palermo tutto va male e che bisogna andare fuori. Non solo a teatro, ma per qualsiasi ambito. Da un lato comprendo il movito per cui ci viene vomitata questa realtà a cui noi giovani crediamo solamente perché gli adulti con esperienza e che noi stimiamo ci hanno detto che le cose stanno così. A volte invece ci rendiamo conto da soli di questa realtà scontrandoci contro tanti muri. Eppure mi chiedo, ma davvero le cose stanno così? Senza fare nomi, per non escludere qualcuno, credo che attualmente a Palermo vi sia una forte forza propulsiva verso il teatro, dovuta a tanti luoghi che credono in questa forma d’arte, ma anche a molti giovani che credono in essa. Non so quale fosse la condizione dieci o quindici anni fa, ma dal mio punto di vista sono attualmente fiducioso. Quantomeno per l’aspetto emotivo e passionale dell’arte. Certo… se poi pensiamo ai soldi, ai finanziamenti, eccetera, è vero che la situazione è parecchio tragica. Quello che voglio dire è: qual è il senso di continuare a piangersi addosso perché Palermo fa schifo, a Palermo non c’è nulla, e via dicendo? Questo vale per la vita: perché darsi per sconfitti fin da subito, quando invece basta cercare per trovare un tesoro? Se poi, invece, non si troverà fortuna, non per questo bisognerà essere scoraggiati, perché, come scrive Kavafis: “e se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso. // Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso // già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.”, ogni esperienza è comunque una lezione di vita.

Il mio invito è ai coetanei: non demordiamo. Siamo più furbi degli adulti che ci dicono, giustamente (lo capisco!), che bisogna andare via per trovare fortuna. Però se siamo costretti ad andare via è perché gli adulti di oggi non ci hanno lasciato nulla su cui costruire il nostro futuro. Auspico in una stretta collaborazione generazionale fra adulti e giovani, per rilanciare seriamente la vita economica, artistica e sociale di questa terra. Di questo mondo.

Kev.

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