Intervista al progetto Cantautorale “Giangreco”

Di Enrico Palumbo, 18 dicembre 2019.

Abbiamo avuto modo di intervistare Fabio Giangreco e la sua band il 16 novembre del 2019 nei locali del Teatro Mediterraneo Occupato di Palermo. Nessun disco ancora, ma tanta voglia di fare e un promettente videoclip. Il loro sogno? Il palco dell’Ariston. Dopo alcuni no, sperano di poter far valere il loro talento. Ecco a voi l’intervista integrale a “Giangreco”

Qual è la vostra formazione e perché “Giangreco”?

(Fabio): Buongiorno, ti ringrazio Enrico per questa opportunità e ringrazio la Strummula. Ci tengo a precisare che non siamo al completo in questo momento, perché manca il nostro batterista, Alessandro Sortino, che per un imprevisto non ha potuto essere qui. La formazione del gruppo prevede Tancredi Randisi alla chitarra e all’occorrenza al basso, e appunto Alessandro Sortino alla batteria, e poi ci sono io, il cantautore del gruppo alla voce e alla chitarra elettrica.

Come nasce “Giangreco”?

(Fabio): Giangreco nasce per mia iniziativa nel 2018, in seguito alla mia esperienza legata alle selezioni dell’edizione del 2017 di Sanremo Giovani. Sono arrivato in semifinale, insomma quasi a toccare il Palco dell’Ariston con un dito, e tornato qui a Palermo pieno di entusiasmo e voglia di fare, ho deciso di mettere su un gruppo, e tra tentativi, errori e conoscenze in comune, sono arrivato prima ad Alessandro e poi a Tancredi. Tutti noi abbiamo esperienze passate in gruppi e in altri progetti.

Quali sono le vostre influenze musicali?

(Fabio): Siamo molto eterogenei, molto diversi tra di noi. Io ad esempio sono cresciuto con la musica italiana cantautorale, con Claudio Baglioni, Riccardo Cocciante, Renato Zero, Lucio Dalla, ho avuto anche delle fasi diciamo straniere, musica inglese e americana, ma ultimamente mi sono riavvicinato alla musica italiana grazie anche a due artisti che sono stati per me due spiriti guida, porto le loro firme sulla mia chitarra, ecco vedi. Mi riferisco ad Ermal Meta e a Fabrizio Moro. Sono anche riuscito ad incontrarli, Ermal Meta al Teatro della Verdura perché ho avuto la fortuna di avere il pass per entrare dietro le quinte, grazie ad un amico che lavora in questo ambiente, e devo dire che mi aspettavo quello che poi ho trovato, ovvero una persona umile, con la testa sulle spalle, molto disponibile verso i fan. Con Fabrizio Moro invece ci siamo incontrati semplicemente ad un firmacopie, anche se non sono riuscito ad avere una conversazione, come è avvenuto invece con Ermal.

(Tancredi): Io non mi pongo limiti nella mia espressione musicale, quindi acquisisco tutte le influenze e le sonorità che mi catturano, e ne traggo ispirazione. Diciamo che l’ottanta percento della musica che ascolto, Fabio non la conosce, infatti a volte mi dice di essere troppo underground (ridono ndr.), però ci arricchiamo a vicenda dai nostri gusti musicali.

E quelle non musicali invece?

(Fabio): Sicuramente si, come influenza non musicale io penso innanzitutto ad ambientazioni: quando mi metto a scrivere canzoni sono sempre al buio con la lucina fioca… io cerco sempre di trovarmi, quando scrivo un testo o compongo, in un’ambientazione simile ad un film di Tim Burton o di Christopher Nolan, molto dark. Poi c’è un’idea che si lega anche alla pittura: io ho un’idea particolare di bellezza, e cerco la bellezza anche nella creazione musicale, e mi rifaccio molto alle opere di Delacroix, uno dei miei artisti preferiti o anche Gericault, mi piacciono molto per il concetto di bello che ne esce fuori.

(Tancredi): Io trovo come primaria fonte di ispirazione non musicale il cinema di Wes Anderson, lui riesce a creare dei paesaggi, delle atmosfere, che secondo me hanno una loro direzione musicalmente parlando, è come se lui trasmettesse musica con delle immagini, e questo per me è molto importante.

(Fabio): Poi nelle mie creazioni ci sono anche pezzi ispirati al mondo del cinema e delle serie TV: ho scritto ad esempio un pezzo ispirato dal Trono di Spade, un’altra dedicata a “La Casa di Carta”. Insomma, non ci poniamo limiti in questo, anche perché penso che anche il cinema sia un’ottima fonte di ispirazione.

Pensate che la vostra musica si possa racchiudere in un genere?

(Fabio): Non amo classificare quello che facciamo: quando tu definisci un’opera dicendo, è pop, è rock, è indie, secondo me metti un confine alla possibilità di creare, la limiti, la definisci, quindi se devo dirla alla maniera politicamente scorretta, io penso che cerchiamo di dare sempre un’impronta alle nostre canzoni, però non possiamo definire esattamente la musica che facciamo. Poi ti dirò, la musica che viene prodotta oggi è dannatamente social, tutti ormai hanno una vetrina in cui potersi mettere in mostra, non importa se lo si fa bene o lo si fa male, l’importante è farsi vedere. Secondo me si è persa un po’ la luce, il talento, la bellezza, c’è bisogno di questo, io non dico di essere promotore di questi elementi, però mi impegno per raggiungerli.

(Tancredi): Io sono d’accordo con Fabio: cerchiamo di fare musica nella maniera più spontanea possibile, tutto ciò che viene fuori dalle nostre prove, dalle nostre jam, è sentito e non è frutto di un ragionamento, di una programmazione. Siamo noi, ed è frutto di quello che proviamo in quel momento, che magari non è quello che abbiamo provato il giorno prima. Ed è questo il bello della musica inedita, non bisogna avere troppi preconcetti, troppe preclusioni, bisogna accettare quello che c’è dentro. E secondo me l’ambiente musicale di Palermo ne ha bisogno, ha bisogno di questa spontaneità, molti stanno più attenti ad altre cose.

Fino a qualche girono fa, vi chiamavate “Luna Storta”, adesso avete cambiato. Che cosa vi ha fatto prendere questa decisione?

(Fabio): Mi ricollego a quanto detto prima: il progetto da pochi giorni si chiama così, noi in realtà prima, e per prima intendo qualche giorno fa, eravamo una band. Abbiamo deciso di cambiare nome per una semplice questione di omonimia: infatti un altro artista portava il nostro nome, dunque abbiamo deciso di essere ancora più originali e di cambiare il nostro nome in “GIANGRECO”, spostando il focus dell’intero progetto, adesso non siamo più una band in senso proprio, ma seguiamo delle idee che in origine sono mie, ma che poi vengono condivise da tutti, non cambia la struttura del gruppo, cambia il concetto iniziale, siamo in tre, una squadra e una famiglia. Semplicemente il gruppo porta il mio nome.

Fabio, parliamo adesso della tua musica, quando e perché hai iniziato a scrivere testi?

(Fabio): Bene, incominciamo dal quando: è una cosa che ho sempre sentito di fare, però mi mancava la maturità per farlo. Io davvero, ho iniziato a canticchiare delle canzoni, con delle melodie stupide inventate da me, sin da quando avevo dieci, undici anni, è una cosa che ho sempre sentito mia. Al liceo poi, ho iniziato a scrivere delle vere e proprie parodie, prendevo canzoni già esistenti, rimuovevo il testo e ne scrivevo uno inventato da me ispirato da fatti della mia vita quotidiana: poteva esserci ad esempio il professore di filosofia, poteva esserci il preside, poteva esserci un mio amico, delle parodie prese dalla mia vita. Poi nel 2017 ho ricevuto in regalo per il compleanno un buono in un negozio di dischi e ho deciso di comprare un disco. Siccome ero rimasto piacevolmente sorpreso da Ermal Meta, comprai proprio un disco di Ermal Meta, e lì mi si aprì un mondo, posso dire che nella mia prima fase cantautorale sono stato proprio ispirato da questo artista. Ermal ha un modo di fare coinvolgente, ha delle musiche che ti prendono perché hanno un’ambientazione un po’ rock, pop, punk, è anche lui difficile da classificare, però ha testi immediati, che parlano di quotidianità, con un lessico ed un linguaggio di tutti i i giorni. Questo mi ha colpito, ed ho cercato di costruire la mia attività un po’ su questo, poi ho fatto altro, però il mio primo passo è stato proprio Ermal Meta

Che tematiche affronti nella tua musica?

(Fabio): È abbastanza varia, canto quello che mi viene da dentro. Prima mi chiedevi cosa mi spingesse a scrivere canzoni, qui c’è un po’ l’idea del bisogno che si contrappone, ma che allo stesso tempo si incontra, al proposito. Io penso che le mie canzoni partono da dentro, io scrivo perché ho bisogno di esprimermi, e quindi c’è la sfera del bisogno, ma poi succede qualcos’altro: io voglio farlo per proposito, per lasciare e per far vivere qualcosa di quello che vivo io, e questo è il bello, perché poi magari la gente si rivede in quello che ascolta, e quando qualcuno che ascolta una mia canzone e mi dice “wow, sembra che parli di me”, questo mi fa provare ancora più amore per quello che faccio, assolutamente.

Possiamo considerare l’amore un tema frequente nella tua musica?

(Fabio): Eh, andiamo sul piccante! Sicuramente sì, non sono indifferente alle emozioni, e l’amore è secondo me l’emozione principale. Secondo me l’amore è un motore, se ami non importa se il tuo amore è presente o assente, se è passato o attuale, corrisposto o non corrisposto, mai corrisposto, non più corrisposto, mio caso tra l’altro. Però se ami, vinci, vai dritto per la tua strada… non importa se sbagli, o vinci o ti prendi un palo in faccia, lo hai fatto per amore, ne è valsa la pena. Baglioni dice in una canzone che si chiama “Mai più come te”, cos’è meglio, amare e perdere, oppure vincere e non amare mai? Secondo me è meglio amare.

Possiamo estendere quest’ultima affermazione al mondo della musica?

(Fabio): Si, certo, nonostante un no, nonostante un fallimento, si continua ad andare avanti, così come in un rapporto sentimentale. E noi ne abbiamo ricevuti di no musicali. Ultimamente abbiamo ricevuto un bel no, perché ci siamo candidati a Sanremo Giovani, però purtroppo quest’anno non è andata, non siamo riusciti a superare le selezioni. Però anche qui il nostro amore per la musica ci rende testardi e ci fa dire: continueremo, perché è il nostro sogno, la nostra passione, il nostro obiettivo. Io non dico che siamo un gruppo, ma siamo una famiglia dove c’è unità di intenti, e il nostro sogno vogliamo portarlo avanti il più possibile, e non ci importa se ci dicono no, anche perché i no fanno crescere.

In che modo pensate che il mondo musicale odierno debba avvicinarsi a chi fa musica?

(Fabio): Secondo me bisogna rimuovere l’idea per la quale sei interessante se hai molti followers, se hai molti amici: voglio dire, credo che oggi il mondo musicale stia più attento ad Instagram che al talento, per cui paradossalmente più followers hai, più possibilità hai. E questa è una cosa che mi fa senso. Ma noi dobbiamo stare al gioco, bisogna adattarsi, però non è detto che una persona che non ha numeri importanti debba per questo non avere un talento importante.

(Tancredi): Assolutamente, e inoltre anche dal punto di vista degli spazi la situazione è davvero carente: dovrebbero essere garantiti più spazi, più possibilità, si dovrebbe avere un occhio, anzi un orecchio di riguardo verso chi fa musica, perché è una forma di espressione quest’ultima che ha una dignità pari alle altre.

(Fabio) Che poi i grandi della musica italiana che ho citato prima, non avevano né Instagram, né Facebook, ma avevano soltanto un grande talento.

Per chiudere l’intervista, vi chiederei di raccontare un aneddoto legato alla vostra esperienza di musicisti

(Fabio): Bisogna dire che prima di presentare la nostra domanda a Sanremo, abbiamo fatto un’audizione per poter essere messi in contatto con Sanremo e abbiamo dovuto fare questa audizione a Naro.

E dove si trova questo paese?

(Fabio): Allora, la prima stella a destra, poi dritto fino a Canicattì, poi c’è Favara, e poi c’è Naro… comunque riprendo il racconto. Già arrivare a Naro è stata una bella esperienza, non vedevamo l’ora di partecipare all’audizione… ma è stata un’avventura. Intanto l’alzataccia alle quattro del mattino, buio pesto, abbiamo fatto tre ore di macchina, poi una volta a Naro, non riuscivamo a salire al castello. SI dice che tutte le strade portano al castello di Naro, ma nemmeno i Naresi, non so come si chiamano, sapevano come arrivarci… la macchina di Tancredi ha avuto non pochi problemi… si è mangiata il paraurti… insomma!

Però devo dire che nonostante la lontananza che ha reso questa esperienza molto divertente, gli abitanti di Naro sono stati molto ospitali, o almeno quelle poche persone che c’erano, insomma, alla fine è stata un’esperienza.

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